I social network ci rendono più narcisisti?

Quella che vi raccontiamo è una storia che risale alla notte dei tempi. E dalla notte dei tempi si ripete instancabile, aggiornando e aggiungendo man mano contesti e protagonisti. È una storia che narra di dei, ninfe, oracoli e profezie. Ma anche di Twitter e Facebook. È la storia di un giovane la cui bellezza era pari solo alla sua superbia. E che un giorno, mentre si bagnava in un fiume, vide riflessa nell’acqua l’immagine del suo viso. Se ne innamorò perdutamente. E per questo non smise più di tornare sulle rive del fiume a cercare quella figura meravigliosa.  Ma ogni volta che tendeva la mano nel tentativo di afferrarla, la superficie dell’acqua s’increspava, ondeggiava e l’immagine spariva. Una mattina, per vederla meglio, si sporse troppo e perse l’equilibrio cadendo nelle acque, che si rinchiusero sopra di lui. Il suo corpo fu trasformato in un fiore di colore giallo dall’intenso profumo, che prese il nome di Narciso.

I social network ci rendono narcisisti? EsseredonnaonlineNarciso, come si sa, è un archetipo. È dentro ognuno di noi. In un angolo remoto, magari. Addormentato, forse. Ma sempre pronto a risvegliarsi per specchiarsi, ammirarsi e compiacersi. In un tempo lontanissimo, nelle acque di un fiume. Oggi, negli specchi splendenti (e a volte deformanti) dei social network.

Cos’altro sono, infatti, la conta quotidiana, quasi ossessiva, dei propri follower su Twitter; la verifica compulsiva di nuovi retweet e feedback; l’aggiornamento continuo di status; i check-in a mitraglia su Foursquare; le proprie immagini taggate su Facebook a ritmo vorticoso; cosa sono, se non una manifestazione di narcisismo?

Lo dicono anche gli esperti, tant’è che la relazione tra narcisismo e social network è ormai diventata un’area di studio per la psicologia. E ha prodotto un gran numero di ricerche e indagini.   

Uno studio di Christopher Carpenter della Western Illinois University, per esempio, ha provato a indagare il «lato oscuro di Facebook». E misurando alcuni indici di comportamento di quasi 300 utenti del social network creato da Mark Zuckerberg, ha individuato due grandi classi: da una parte, i comportamenti di autopromozione, come per esempio postare update del proprio status, foto di se stessi e aggiornamenti del proprio profilo; dall’altra i comportamenti antisociali, tra cui cercare supporto sociale in misura maggiore rispetto a quanto se ne da, manifestare rabbia quando gli altri non commentano il proprio status, reagire e rivalersi rispetto a commenti negativi.

C’è da preoccuparsi? A prima vista non sembrerebbe. Intanto si tratta di stabilire quanto intensi e patologici siano questi comportamenti. E poi c’è da capire se sia la personalità a influenzare i comportamenti sui social network o viceversa. Di certo non si possono criminalizzare né Twitter né Facebook, e nemmeno quel miliardo e rotti di persone che li utilizzano più o meno quotidianamente.

Non solo: ormai si sta mettendo in discussione il fatto stesso di considerare il narcisismo una malattia. Il comitato dell’American Psychiatric Association ha dichiarato che è un tema che va rivisto alla luce di un cambio della società che ormai è definita sull’immagine di sé. Tant’è che il Diagnostic and Statistical Manual of Mental, il manuale più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, giunto alla sua quinta revisione, ha deciso di cancellare la nozione di disturbo narcisistico di personalità che era stata introdotta una quarantina di anni fa.

Vale comunque la pena ricordare che per la diagnosi era richiesta la presenza di almeno cinque dei seguenti sintomi:

1. Senso grandioso del sé ovvero senso esagerato della propria importanza
2. È occupato/a da fantasie di successo illimitato, di potere, effetto sugli altri
3. Crede di essere speciale e unico/a, e di poter essere capito/a solo da persone speciali; o è eccessivamente preoccupato da ricercare vicinanza/essere associato a persone di status (in qualche ambito) molto alto
4. Desidera o richiede un’ammirazione eccessiva rispetto al normale o al suo reale valore
5. Ha un forte sentimento di propri diritti e facoltà, è irrealisticamente convinto che altri individui/situazioni debbano soddisfare le sue aspettative
6. Approfitta degli altri per raggiungere i propri scopi, e non ne prova rimorso
7. È carente di empatia: non si accorge (non riconosce) o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri
8. Modalità affettiva di tipo predatorio (rapporti di forza sbilanciati, con scarso impegno personale, desidera ricevere più di quello che dà, che altri siano affettivamente coinvolti più di quanto lui/lei lo è)

Roba seria. Che non ci sembra riguardi l’utente tipo di un social network, se non superficialmente. La cultura dell’apparire, in fondo, l’ha inventata la televisione, e da un bel po’. I social network si sono solo accodati, permettendo a tutti l’illusione (non necessariamente negativa) di sentirsi al centro dell’attenzione. Anzi, possono addirittura rappresentare un ottimo supporto per chi è psicologicamente e socialmente più debole. Sui social network, infatti, le persone tendono a esprimere di più e con più libertà i propri sentimenti, anche di malessere, rispetto a quanto non facciano nella vita reale. Che è il primo passo da fare per ricevere supporto e conforto. E per sentirsi più vicini agli altri.

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