Il bullismo

La definizione tecnica parla di una condotta persistente che mira deliberatamente a far del male o a danneggiare qualcuno, attraverso una serie di comportamenti sopraffattori alla cui base c’è un desiderio di intimidire e dominare.
Per parlare di bullismo, inoltre, deve esserci un’asimmetria cronicizzata nella relazione, con due ruoli che si definiscono in modo stabile nel tempo: da un lato il bullo che perpetua le prepotenze, dall’altro la vittima che le subisce. Non si può insomma parlare di bullismo quando si tratta di due compagni, di forza fisica e psicologica più o meno equivalenti, che litigano tra loro.

Ma se le definizioni tracciano i contorni della questione, sono le pagine di cronaca a raccontare la realtà trasversale del bullismo di oggi. Che non conosce distinzioni di ceto, di geografia, di cultura e nemmeno di età: gli episodi ai danni della vittima di turno si registrano anche nel corso della scuola primaria. I dati di un’indagine condotta qualche tempo fa dalla Società Italiana di Pediatria, su un campione di ragazzi dai 12 ai 14 anni, parlano di un 72% che ha già assistito a prepotenze subite ripetutamente da un amico/a e in molti casi non ha denunciato il fatto, né è intervenuto.
Il 70% infatti, pur giudicando negativamente il bullo, non ritiene di dover intervenire se non subisce direttamente il torto, e il 4,7% considera il bullo una persona in gamba.

E altri numeri confermano che tanto i ragazzi quanto le ragazze compiono atti di bullismo per ottenere l’ammirazione del gruppo, per sentirsi dei leader, per risultare attraenti.
Il motivo, spiegano gli psicologi, è la diffusione di una cultura basata sull’individualismo e non sull’empatia, per cui non soltanto è forte la disattenzione nei confronti dell’altro, ma chi non è omologato viene emarginato, prevaricato, deriso, sottoposto a vere e proprie violenze. Con una sottile distinzione: quando si tratta di bullismo maschile i comportamenti mirano prima di tutto all’ostentazione di forza e potere, mentre in quello agito dalle ragazze entrano in gioco l’a ccanimento psicologico, l’isolamento, la derisione.

E infatti proprio l’atteggiamento opposto, ossia parlare e dare pubblicità alla cosa, è l’arma migliore per disinnescare il meccanismo perverso: parlare a viso aperto con il molestatore per non dimostrarsi intimorito, parlare per denunciare l’accaduto (sia quando si subisce che quando si assiste), parlare per confidarsi con gli adulti e i compagni.

Dal punto di vista opposto, quello della prevenzione di simili derive comportamentali, gli psicologi insistono sul bisogno di educare alla diversità, alla condivisione, a una buona interazione, all’empatia. Con un occhio, non demonizzante ma attento, anche al tipo di svaghi prediletti durante l’infanzia. Perché secondo l’American Academy of Pediatrics giocare a videogiochi violenti aumenterebbe il rischio di mettere poi in atto comportamenti aggressivi tanto quanto il fumo aumenta quello del tumore. Uno studio del 2003 dimostrerebbe anche la correlazione tra l’aumento dei comportamenti aggressivi e il tempo di esposizione ai contenuti violenti, perché la modalità ripetitiva dei videogiochi agirebbe come rinforzo nell’assimilazione di certi modelli.

 

A cura di: Laura Taccani

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