Il disturbo passivo-aggressivo

Il disturbo passivo-aggressivoGià è complicato avere a che fare con un disturbo della personalità. Figurarsi con un ossimoro. Chi ha fatto studi classici e ne ha ancora qualche reminescenza, sa che l’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’unire sintatticamente due termini contraddittori, per creare un effetto apparentemente paradossale. Sono ossimori, per esempio, una lucida follia, il ghiaccio bollente, le convergenze parallele. Ecco, tra i cosiddetti disturbi Nas, cioè quelli «Non altrimenti specificati», per i quali in psichiatria non esiste una diagnosi ufficiale, c’è il disturbo passivo-aggressivo, caratterizzato da una strana commistione tra aggressività e passività, due comportamenti che, appunto, dovrebbero essere l’uno l’opposto dell’altro.
Questo tipo di disturbo può assumere molte forme, ma generalmente si può descrivere come un’aggressività non verbale che si manifesta con un atteggiamento passivo. Anziché mostrare apertamente disappunto, contrarietà o, peggio ancora, ostilità; invece di comunicare onestamente quando è infastidito, irritato o deluso, un passivo-aggressivo nasconde i suoi sentimenti, tira su un muro, lancia sguardi torvi, tiene il broncio. Diventa cinico e sardonico. Se deve fare qualcosa che non vuole fare, prima si mostra accondiscendente, disponibile, gentile… ma poi perde tempo, tergiversa, si “dimentica”, cerca scuse, lascia le cose in sospeso. Nel profondo, il passivo-aggressivo nutre il bisogno di controllare gli eventi e le persone, ma lo fa in modo nascosto, perché vuole evitare una reazione negativa o, peggio, un confronto a viso aperto.
Se questo tipo di comportamento vi suona familiare, non dovete necessariamente preoccuparvi. Perché non basta a rivelare una personalità passivo-aggressiva. Ci vuole anche l’intenzione di danneggiare. Chi è ostile e aggressivo in forma passiva non è ostile in un momento e gentile in un altro, ma è entrambi nello stesso momento. Vive nel continuo dilemma tra l’essere sottomesso o assertivo, dipendente o indipendente. E non riuscendo a decidersi, alla fine opta per un compromesso: esprimere la propria rabbia in modo indiretto.
Gli psicologi sono abbastanza concordi nel sostenere che il comportamento passivo-aggressivo, come spesso accade per i disturbi della personalità, ha origine durante quella delicatissima fase che è l’infanzia.
Se un bambino cresce con due modelli di riferimento opposti, per esempio un genitore troppo esigente (di solito una madre dominatrice) e l’altro assente (un padre debole), può sviluppare un tipo di comportamento altalenante. E al genitore severo e perfezionista opporrà una forma di resistenza passiva, in modo da non provocare reazioni punitive ma, al contrario, ottenere attenzioni e cure (fa la pipì a letto, si mangia le unghie, fa i capricci).
Se un bambino cresce con due genitori iperprotettivi, è probabile che sviluppi un’eccessiva dipendenza nei loro confronti. Se viene educato ad aspettarsi che gli altri gratifichino tutti i suoi bisogni, impara a non esporsi, a rimanere sotto protezione, e non capirà mai come gestire lo stress e le frustrazioni.
Paradossalmente, può far danni anche la cosiddetta famiglia “felice”, quella dove non si litiga e non ci si arrabbia mai. È un falso mito, naturalmente, perché in realtà vuol semplicemente dire che non ci si confronta, non ci si fa valere e non si difendono i propri diritti. Chi cresce in un ambiente così, tenderà ad associare l’aggressività a un tabù, senza capire che la si può esprimere anche in modo costruttivo.
Il problema del disturbo passivo-aggressivo, come detto, è che sfugge anche ai manuali di psicodiagnostica. A maggior ragione, chi non ha una laurea in psicologia rischia di non accorgersene anche se ha a che fare tutti i giorni con qualcuno che ne è affetto. E se non ne comprende i reali sentimenti, finisce per acuirne involontariamente il rancore. In un infinito circolo vizioso.
Che fare dunque? Il primo passo è individuare la vera patologia, se esiste. Distinguendo tra episodi occasionali e di poco conto, da un comportamento costante e reiterato. Se il vostro partner o un familiare, se un collega o un vostro dipendente, si dice sempre d’accordo con voi, ma poi agisce alle vostre spalle; se svilisce i vostri successi con battute sarcastiche; se non riesce mai a riconoscere un lavoro (vostro) ben fatto; se mette in discussione tutto quello che dite; se lo fa sempre, ecco forse è il caso correre ai ripari.
In ambito professionale è inutile, anzi dannoso, tollerare gesti e atteggiamenti di questo tipo. Meglio stigmatizzarli e formalizzare qualsiasi comunicazione che potrebbe rivelarsi problematica, magari chiamando in causa un testimone. Spesso però, l’aggressività passiva nasce dalla frustrazione, dal non sentirsi ascoltati né valorizzati: coinvolgere i soggetti che ne soffrono in un progetto, in un gruppo, può ridurre al minimo i danni sulla produttività.
In ambito familiare, invece, diventa tutto più difficile, perché entrano in gioco gli affetti e l’emotività. L’importante è non cadere nel tranello del passivo-aggressivo. Inutile arrabbiarsi con lui, ma è sbagliato anche far finta di niente: è fondamentale, invece, confrontarsi ogni volta che l’aggressività viene a galla. Chiedergliene conto, dirsi feriti e offesi se è quello il caso e, soprattutto, non accettare le scuse che opporrà e le accuse che farà ad altri per togliersi la pressione di dosso.
D’altronde è un modo d’agire improntato semplicemente sulla sincerità. E funziona anche con chi passivo-aggressivo non è. Ma ha solo avuto una giornata storta.

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