Il lato positivo della depressione

In diverse forme, la depressione interessa quindici milioni di italiani. Ossia circa il 25% della popolazione. Mettendo insieme i vari tipi e i diversi gradi di intensità, i numeri del “male oscuro” fanno paura. Sono cifre da epidemia, peraltro in costante aumento. C’è però un nuovo punto di vista sulla questione, che sta portando diversi studiosi a “rivalutare” alcuni aspetti di una patologia che colpisce la popolazione femminile in misura maggiore di 2/3 rispetto a quella maschile. In sintesi, guardando la diffusione della depressione in chiave evoluzionistica, alcuni psichiatri e psicologi sono arrivati a ipotizzare che anche questo male abbia una sua (per quanto dolorosa) funzione. E cioè spingere gli individui a concentrarsi sui propri problemi, per cercare di trovarvi una soluzione. La depressione – è stato sintetizzato dal New York Times Magazine in un articolo che affrontava questo dibattito – sarebbe in questo senso come la febbre. Una reazione che aiuta il sistema immunitario ad adattarsi a una situazione problematica, e dunque a reagire. Di questa tesi controversa abbiamo parlato con la dottoressa Anna Maria Casale, psicologa e psicoterapeuta a Roma.

Cos’è la depressione
Prima di tutto, esordisce la specialista, bisogna ribadire una premessa fondamentale. Al di là dei discorsi sul possibile “lato positivo” della depressione, e delle ricerche che avvalorano questa tesi. «Non va mai dimenticato che la depressione è una patologia seria e invalidante, che deve necessariamente essere diagnosticata e curata con un approccio integrato, sia psicologico che farmacologico. Una diagnosi precoce aiuta il decorso della malattia, perché l’individuo depresso è ancora fornito di energie vitali da poter utilizzare per il percorso di guarigione. In questo senso è fondamentale il ruolo delle persone vicine al malato, che hanno il dovere di comunicare con lui e magari indirizzarlo e sostenerlo. Anche per far uscire la persona dalla vergogna che spesso si accompagna a questa condizione». Ma cos’è esattamente la depressione, che nel linguaggio comune viene spesso confusa con la tristezza come se i due termini indicassero concetti intercambiabili? Ecco come lo spiega la dottoressa Casale: «Tra le due forme c’è una differenza sostanziale. La tristezza è una risposta naturale e innata a stati di privazione e perdita. Si tratta di una delle componenti della depressione che, invece, è una vera e propria patologia e non – come  spesso si pensa – uno stato di tristezza eccessiva e continuativa». Esistono diversi tipi di depressione. Da quella occasionale – una risposta a eventi particolarmente stressanti come lutti o separazioni – a quella legata a momenti delicati: per esempio la depressione post partum. Poi c’è la depressione intesa come situazione cronica (quindi svincolata da eventi specifici) e in questo caso si parla di depressione maggiore.

Il lato positivo della depressioneLa depressione può essere una risorsa?
Ed eccoci al punto: come è possibile che una patologia così invalidante possa essere vista alla pari di una risorsa? Spiega la dottoressa Casale: «Conoscere i propri limiti e sapere a cosa si va incontro in situazioni di grave difficoltà e debolezza psicologica, aiuta a gestire meglio i momenti critici. Facilita lo sviluppo di una sensibilità personale verso la debolezza propria e altrui, aiuta a percepire meglio il valore della vita e della salute, proprio perché si comprende cosa significa non riuscire a farlo». I primi a sostenere in modo articolato che la depressione può essere letta in chiave positiva sono stati i due ricercatori americani Andrews e Thomson.

Ai loro occhi la diffusione pandemica della depressione (un disturbo che può impedire la riproduzione e arriva a spingere al suicidio) sembrava “sfidare” le teorie evolutive di Darwin. In altre parole si sono chiesti come potesse essere così frequente un fenomeno estremamente pericoloso dal punto di vista evoluzionistico. Ed ecco l’ipotesi che hanno formulato, e tentato di dimostrare con le loro ricerche: la “ruminazione mentale” (quel continuo rimuginare sui problemi che caratterizza l’attività mentale del depresso) ha una funzione positiva: impedire al malato di distrarsi, e tenere la sua attenzione concentrata sul problema specifico che deve risolvere, o sulla situazione che deve imparare ad accettare. Chiarisce la dottoressa: «Secondo i due ricercatori, l’individuo viene posto di fronte alle proprie difficoltà e la mente tenta di superarle attraverso la “chiusura” tipica della depressione. Ovvero attraverso il rimuginio e la concentrazione su se stessi. Thomson ed Andrews non negano naturalmente la sofferenza legata alla malattia, ma ipotizzano che questa possa servire a imparare dai propri errori e a dare importanza alle cose di cui si ha davvero bisogno. Altri studiosi parlano di “realismo depressivo” spiegando con questo termine il fatto che le persone depresse hanno una visione delle cose più realistica. Sono stati condotti dei test, a questo proposito, nei quali le persone affette da depressione hanno ottenuto, rispetto al campione, dei punteggi più alti su una scala che misurava la capacità di analisi realistiche e la consapevolezza di fronte ai problemi».

 La tesi di Thomson ed Andrews ha ovviamente sollevato molte polemiche, e diversi colleghi dei due ricercatori si sono dichiarati scettici nei confronti delle loro ricerche. Di certo c’è che la questione è attuale e l’ipotesi tutt’altro che isolata. Per restare in Italia, la psicoterapeuta Ivana Castoldi ha appena pubblicato con lo stesso approccio di riflessione il saggio Riparto da me. Trasformare il mal di vivere in una opportunità per sé (Feltrinelli). Il punto di vista dell’autrice è appunto l’idea che la depressione sia parte integrante dell’esperienza affettiva di molte persone, e che il suo carico di dolore non debba essere rimosso ma trasformato in un’opportunità di riscatto. Più facilmente di quanto si possa credere.

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