Il reato di stalking: impariamo a difenderci

Stalking: dalla caccia alla cronaca nera

Il termine stalking deriva dal linguaggio venatorio ma ormai è entrato a far parte della nostra quotidianità, per definire una delle forme di violenza più subdole che si possano immaginare. E, dal 2009, anche un reato preciso che la giustizia punisce grazie all’introduzione dell’articolo 612-bis del codice penale. In inglese il verbo to stalk significa “fare la posta”, e lo stalker è appunto il cacciatore che sta in agguato spiando la sua preda. Proprio come accade nei casi di stalking di cui giornali e televisione si occupano ormai a cadenza regolare, raccontando  vicende dagli epiloghi spesso drammatici. Il punto di partenza sono sequele di atti persecutori che stravolgono la vita di chi li subisce (nell’80% dei casi le vittime sono donne). Può trattarsi di appostamenti, telefonate a tutte le ore, e-mail vessatorie, minacce, incursioni nella sfera più intima dell’esistenza: comportamenti che non soltanto violano la privacy delle vittime, ma generano in loro ansia e paura, costringendole a vivere in uno stato di allerta perenne. Tutte dinamiche che conosce bene l’avvocato milanese Francesca Maria Zanasi, esperta in diritto della persona e autrice di diverse pubblicazioni sul tema: l’ultima, intitolata L’odioso reato di stalking , uscirà a fine luglio per Giuffrè Con lei abbiamo parlato di questa forma di violenza, in aumento inesorabile, e del modo migliore per difendersi.

Numeri che fanno paura

Di solito i media parlano delle storie di stalking quando per le vittime non c’è più niente da fare. I dati dicono che tra il 2002 e il 2008 il 10% degli omicidi avvenuti in Italia ha avuto come precedente dei comportamenti di questo tipo. E dicono anche che la durata media delle persecuzioni è di 18 mesi. Per fortuna però dalle statistiche emerge anche un dato positivo: quasi il 60% degli stalker interrompe le persecuzioni quando riceve una diffida. E allora è da qui che bisogna partire, per far passare una volta per tutte l’idea che lo stalking va denunciato sempre e comunque: anche quando coinvolge il proprio ex partner e anche quando si pensa – sbagliando – che il tempo possa appianare le cose. Per poter capire quando ci si trova davanti a un caso di stalking, è però fondamentale innanzitutto tracciarne i contorni. Spiega l’avvocato Zanasi: «La definizione di stalking è chiara: si intendono quei comportamenti persecutori – diretti o indiretti, ma comunque ripetuti nel tempo – che pongono la vittima in uno stato di soggezione, provocando in lei un disagio fisico o psichico, e un motivato senso di timore. In pratica, lo stalker cerca in ogni modo di esercitare un controllo o di entrare in contatto con l’oggetto delle sue morbose attenzioni, e con questo scopo compie atti ripetuti e intrusivi. Si va dai pedinamenti agli sms in qualsiasi momento del giorno e della notte, dai regali indesiderati alle telefonate assillanti, fino alle minacce vere e proprie: di fatto, persecuzioni che fanno sentire “braccata” la vittima, inducendola a modificare le proprie abitudini e a vivere un’esistenza condizionata da questa presenza destabilizzante».

Identikit di un persecutore

La Polizia di Stato ha tracciato una classificazione delle 5 principali tipologie di stalker. C’è innanzitutto l’ex partner, che prova odio verso la vittima ritenendola responsabile della relazione fallita, e la minaccia sia verbalmente sia concretamente. Al secondo posto c’è il giovane adulto che sviluppa fantasie ossessive sulla persona di cui è invaghito, indirizzandole attenzioni continue non malevole, ma comunque non desiderate. Il terzo profilo è quello dell’individuo affetto da disturbi della personalità di tipo borderline (in alcuni casi è già noto alle forze dell’ordine per precedenti condotte devianti) che vuole instaurare un rapporto di natura sessuale. Il quarto identikit è il soggetto delirante, convinto di avere una relazione consensuale con la vittima, al punto da attribuire a fattori esterni la colpa delle eventuali smentite alle sue farneticazioni. Infine, c’è il molestatore sadico, che vuole innervosire e portare all’isolamento la vittima, minandone l’autostima. Ancora Francesca Maria Zanasi: «Lo stalker molesta anche quando rimane a distanza, perché riempie lo spazio “vuoto” con fantasie (spesso a sfondo sessuale) che traduce in parole e comportamenti. Per parte sua la vittima inizia presto a manifestare depressione, ansia o disturbi post-traumatici. Gli effetti dello stalking sono infatti molteplici, e la privazione violenta della libertà personale ha conseguenze sia psicologiche che sociali ed economiche. La vittima dei corteggiamenti ossessivi, infatti, finisce spesso per isolarsi da amici e familiari, arrivando a cambiare il numero di telefono o a modificare i propri tragitti quotidiani».

Cosa fare  se si è vittime di stalking

Una svolta fondamentale è arrivata con la legge 38/2009 e con l’introduzione nel codice penale dell’articolo 612-bis sugli Atti Persecutori, che punisce lo stalking con reclusione da 6 mesi a 4 anni, “salvo che il fatto costituisca più grave reato”. La strada da percorrere è quindi quella del ricorso alla legge, presentando in questura una richiesta di ammonimento (se la situazione non è particolarmente grave) oppure, nei casi più seri, procedendo direttamente con la querela per stalking e la richiesta che venga disposto dal giudice il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati

Francesca Maria Zanasi
L’odioso reato di stalking
Giuffrè editore

La necessità irrinunciabile di una giusta pena per il persecutore, ma anche gli indispensabili strumenti a protezione della vittima. Sono i due poli attraverso cui si sviluppa la riflessione di questo libro, nato da anni di esperienza diretta. Oltre agli elementi frutto della conoscenza dei casi giudiziari, nel volume si trovano indicazioni preziose come il decalogo per chi è finito nel mirino di uno stalker. Consigli elaborati per aiutare le vittime ad affrontare razionalmente la gestione della quotidianità. Alcuni punti: mai assecondare gli incontri sperando di porre fine alle molestie, evitare di manifestare qualunque tipo di emozione in caso di incontro, non accendere/spegnere il cellulare a orari fissi (per non comunicare involontariamente le proprie abitudini) e attivare sul telefono di casa il servizio di identificazione chiamate.

 

A cura di: Laura Taccani

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