Imparare a dire di no

Imparare a dire di noNO. Un monosillabo. Due lettere, semplicemente. Eppure nel “NO” è racchiusa una potenza evocativa e concreta che pochi altri termini raggiungono. Non importa che tecnicamente si tratti solo di una congiunzione avversativa, o al limite di un’esclamazione: il valore che riveste la negazione per eccellenza, è dimostrato dal fatto che è praticamente impossibile in una situazione normale pronunciarlo senza sottolineare il concetto con un movimento della testa. O con un gesto che comunque ne rafforzi anche visivamente il significato simbolico. E proprio perché è così importante (sia per chi lo pronuncia sia per chi se lo sente opporre) dire di NO mette in moto meccanismi più o meno consapevoli, ma comunque emotivamente impegnativi. E richiede una forza e una consapevolezza non così scontate.

 

Di tutte queste implicazioni abbiamo parlato con il dottor Paolo Quinzi, psichiatra e psicoterapeuta a Roma. Che spiega: «Prima di tutto bisogna fare una precisazione. Per sapersi negare bisogna avere un io sufficientemente solido e autonomo. Bisogna cioè avere la capacità di porsi in antagonismo con gli altri, soprattutto se si considerano i rapporti significativi: un conto è dire di no al benzinaio o a una persona con cui si ha una conoscenza superficiale, un conto è dirlo all’interno di una relazione importante, che si tratti di quella con un amico, un collega, un parente o il partner. Detta ancora diversamente, per dire di no è necessario non avere troppo bisogno di conferme da parte dell’altro. Se al contrario si è affettivamente dipendenti, il no implica un peso troppo grande da sostenere».

 

Sintetizzando, qual è il profilo delle persone che hanno maggiore difficoltà a opporre un rifiuto?
« Di solito si tratta di persone che non hanno ricevuto sufficienti conferme nel rapporto con i genitori, e una volta adulti sono impegnati in una ricerca continua di approvazione, nel contesto sociale e nei rapporti personali. Dire di no è vissuto da parte di questi individui come una fatica emotiva fortissima, perché implica accettare il rischio di una dis-approvazione da parte dell’interlocutore. Come sempre, da questo punto di vista, si può dire che le ferite più gravi sono quelle sperimentate durante le prime fasi di vita. Se per esempio nell’infanzia (e soprattutto nei primi 3 anni), la figura materna è stata anaffettiva o scarsamente disponibile, il soggetto una volta adulto avrà dei tratti infantili accentuati. Poi, naturalmente, lasciano il segno anche le esperienze di fasi diverse ma significative come l’adolescenza».

 

Che tipo di relazione di coppia si instaura quando uno dei due non sa dire sufficientemente di no?
«Una relazione sicuramente viziata, influenzata da quello che in psichiatria viene definito il “falso sé”. Di fatto succede che uno dei due rinunci alle proprie esigenze e ai propri desideri per assecondare le aspettative dell’altro, e ottenerne così l’approvazione. Spesso però, quando le tensioni diventano eccessive e le richieste sono percepite come troppo onerose, finiscono col manifestarsi crisi di panico o di ansia. L’esperienza clinica insegna infatti che gli stati ansiosi sono dovuti in molti casi a una discrepanza tra vero e falso sé, e a un’incapacità di conciliarli».

 

È un problema più frequentemente femminile?
«Bisogna distinguere tra la “predisposizione” e i condizionamenti culturali. È un luogo comune che l’incapacità di dire di no sia un problema caratteristico delle donne: è trasversale al sesso e all’età. Viceversa, però, è vero che spesso entra in gioco un derivato culturale (un fattore quindi non legato alla struttura psichica della persona) per cui le donne si sentono obbligate ad assecondare le aspettative della famiglia. Sia quella d’origine sia quella che hanno formato da adulte. Questo accade perché tradizionalmente il peso delle relazioni affettive e del loro “mantenimento” è ricaduto sulle figure femminili, e ha generato in loro un senso del dovere che ha poi reso più difficile la capacità di negarsi. Stiamo parlando però, appunto, di un condizionamento».

 

Il tema è dibattuto e attuale, tanto che lo psicoterapeuta tedesco Rolf Sellin, fondatore a Stoccarda dello High Sensitive Persons Institut, lo ha affrontato nel suo ultimo saggio Le persone sensibili sanno dire di no (appena pubblicato da Feltrinelli). Nel libro, tra l’altro, le riflessioni sono accompagnate da una serie di consigli concreti per imparare a tracciare i confini necessari tra il desiderio di assecondare gli altri e il rispetto della propria volontà. Sotto molti aspetti, siamo sempre dalle parti delle “donne che amano troppo”, per usare le parole della psicologa americana Robin Norwood e del suo saggio-bestseller sulla dipendenza femminile nelle relazioni affettive. Anche se appunto l’incapacità di negarsi non distingue tra i sessi e non porta necessariamente all’estremizzazione dei rapporti analizzati dalla Norwood. Può trattarsi più banalmente di un favore che pesa ma che non si sa rifiutare, di un impegno preso nonostante ci si fosse ripromessi il contrario, della tendenza ad anteporre sempre e comunque i bisogni degli altri a quelli personali. Non è necessario che si verifichino eventi eclatanti: i no che non si riescono a dire agiscono quasi sempre a livello carsico. Ma compromettono i rapporti, a cominciare da quello con noi stessi.

 

Reference

Rolf Sellin, C. Malimpensa
Le persone sensibili sanno dire di no
Affrontare le esigenze degli altri senza dimenticare se stessi.
Universale Economica Feltrinelli

 

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