La Sindrome di Peter Pan

La sindrome di Peter Pan - EsseredonnaonlineTra i massimi rappresentanti della specie si annoverano campioni del calibro di James Dean, Jonny Depp e Hugh Grant (almeno fino a un paio d’anni fa, quando è diventato padre, alla tenera età di 51 anni). Ma ce ne sono milioni d’altri, meno noti certo, ma non meno determinati. L’identikit è presto fatto: maschio, over quaranta, capelli arruffati, sguardo vivace, battuta veloce, nemmeno una cravatta nel guardaroba, amico di tutti i barman della città, sempre pronto per un viaggio a Las Vegas, una casa che non è una casa, ma uno scannatoio, un lavoro che non è un lavoro (di solito qualcosa di “creativo”), nessuna relazione stabile (che non cerca, anzi rifugge). Ecco a voi l’eterno Peter Pan.

Ebbene, perché ce ne occupiamo in una rubrica che parla di psicologia? In fondo ognuno è libero di vivere la propria vita come meglio crede.. Perché, a quanto pare, il soggetto in questione è un soggetto a rischio.

A dire il vero, la Sindrome di Peter Pan non è citata nel Diagnostic and statistical manual of mental disorders, ovvero la Bibbia degli psichiatri. E dunque non è classificata come disturbo mentale. Tuttavia il termine è entrato nell’uso comune in seguito alla pubblicazione nel 1983 del libro di uno psicologo americano, Dan Kiley, intitolato The Peter Pan syndrome: men who have never grown up. E descrive quella situazione in cui si trova una persona che si rifiuta o è incapace di crescere, diventare adulta e assumersi delle responsabilità.

Non è un caso che se ne parli solo da una trentina d’anni, anche se già Freud, molto tempo prima, si era accorto che gli adulti in fuga da una realtà dolorosa spesso si rifugiavano in una regressione ai giorni spensierati e felici della fanciullezza, stadio in cui gli esseri umani non sono ancora repressi da famiglia e dall’educazione. È negli ultimi trenta o quarant’anni, infatti, che l’età anagrafica ha iniziato a perdere la sua connotazione biologica per assumere una dimensione culturale. Avete presente i famosi bamboccioni? Ecco.

Il personaggio creato dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie nel 1902 è un bambino in grado di volare e che si rifiuta di crescere, trascorrendo un’avventurosa infanzia senza fine sull’Isola che non c’è, in compagnia di pirati, sirene e fate. Allo stesso modo, il Peter Pan del nuovo millennio, o Puer Aeternus (secondo la definizione dello psicanalista Junghiano James Hilmann), vive in un suo mondo ideale e non ha alcuna intenzione di abbandonarlo. È curioso e brillante. Ma anche egocentrico, impulsivo e incostante. Ha sete di novità e di esperienze. Ma anche una paura folle di confrontarsi con il mondo reale, fatto di impegni, routine, convenzioni, responsabilità e imprevisti. Conduce una vita normale, è ben inserito nella società. Ma se si conforma alle regole, lo fa solo per imitazione, non perché ne abbia veramente voglia.

Soprattutto, non sa amare. Magari è in grado di vivere strepitose passioni sessuali, ma poi raffredda i bollenti spiriti e scappa appena la relazione “minaccia” di diventare seria. Il motivo è presto detto: non vuole correre il rischio di soffrire. E per non soffrire deve mantenere le distanze, con una parte di sé prima di tutto, e poi con gli altri. Nel suo mondo, nell’Isola che non c’è, il dolore non ha posto. Ma, come si sa, nel mondo reale gli eventi negativi prima o poi si presentano comunque. E quando succede, il Peter Pan reagisce con rabbia, frustrazione o totale rifiuto, arrivando anche a sviluppare sintomi fisici o psichici, come cefalee, mal di stomaco, ansia, depressione, sbalzi di umore.

Si tratta di una condizione inconscia. E come spesso accade, anche per la Sindrome di Peter Pan, l’origine va ricercata nella più tenera infanzia, il periodo durante il quale si costruisce il proprio equilibrio emotivo. Esistono due ipotesi teoriche, spiegano gli psichiatri: chi ne soffre, durante l’infanzia deve aver vissuto un trauma che gli impedisce di crescere e di progredire, oppure, per una ragione o per un’altra, è stato privato della sua adolescenza, passando direttamente dall’infanzia all’età adulta.

Per guarire, non c’è che una via: iniziare una psicoterapia. «Il nostro compito», spiegano gli psicoterapeuti, «è quello di aiutare chi soffre di questa sindrome a passare attraverso la fase dell’adolescenza, lavorando in particolare sulle idee della morte e della durata». Non bastano i consueti consigli di buon senso. Ma, naturalmente, stiamo parlando di casi clinici. Come quello, per fare un esempio universalmente noto, di Michael Jackson, che ripeteva in continuazione di essere Peter Pan in persona e aveva trasformato il suo ranch californiano in un gigantesco parco d’attrazioni battezzato Neverland (che in italiano traduciamo, appunto, come l’Isola che non c’è). E ha vissuto una vita ancor più triste della sua morte. Niente allarmismi, dunque: la maggior parte dei milioni di Peter Pan citati all’inizio, probabilmente non ha da preoccuparsi. La tendenza a prendere le cose alla leggera, la voglia di divertirsi, la spensieratezza con cui affrontano la vita, semplicemente, fanno parte del loro carattere. Il fanciullino dentro, in fondo, lo abbiamo tutti. E James Dean, Jonny Depp e Hugh Grant sono solo delle simpatiche canaglie.

Tags:
eD Promotion: i Prodotti di Mylan Spa

Entra con le tue credenziali

Ha dimenticato i dettagli?