Ludopatia: quando il gioco crea dipendenza

Ludopatia: quando il gioco crea dipendenzaLo chiamano gioco, ma non ha nulla di divertente. Non per centinaia di migliaia di persone in Italia. E per milioni d’altre nel mondo. Non per il commerciante che si è giocato il negozio, non per il ragazzino che ruba in casa per pagarsi le nottate sui siti di poker on-line, non per la vecchina che ha puntato tutta la pensione alle slot machine, non per il professionista che ha falsificato i bilanci dell’azienda perché ha già impegnato tutti i beni di famiglia tra casinò e cavalli. Non per chi si alza al mattino con quell’unico pensiero che gli ha già bruciato una montagna di banconote.

Stiamo parlando, naturalmente, del gioco d’azzardo. E di chi ne ha fatto una malattia.

Quando il gioco finisce male

Il fenomeno ha numeri straordinari: secondo un dossier prodotto nel 2012 dall’associazione Libera fondata da Don Luigi Ciotti, il gioco d’azzardo è la terza azienda in Italia, con un giro d’affari di circa 86 miliardi di euro, che fatti due calcoli fanno circa 1.260 euro di spesa pro capite all’anno, neonati compresi. Il problema non sono solo i tanti soldi che vengono gettati via ogni giorno; anzi, a essere cinici bisogna dire che una buona fetta di quei miliardi finiscono nelle casse dello Stato, contribuendo ad abbassare (meglio, a non alzare) le tasse anche a quelli che non giocano.

Il vero problema è la ludopatia (o ludomania), una vera e propria patologia da qualche anno riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come «una dipendenza priva di droga». Naturalmente bisogna distinguere tra semplici giocatori d’azzardo e giocatori d’azzardo patologici, perché non sempre il gioco sviluppa una malattia. Tentare la fortuna ogni tanto, grattare un bigliettino che promette di trasformarci in “turisti per sempre”, buttare via qualche soldo se si passa da Las Vegas o Montecarlo, in fondo non è un problema. Anzi, può essere divertente. Non si può parlare di ludopatia se il comportamento è volontario e controllato, messo in atto in maniera occasionale e solo a scopo ludico. I guai cominciano quando il gioco occasionale diventa abituale, e quindi compulsivo. In questo stadio non si è più liberi di giocare ma si è costretti a farlo. Il gioco ha una modalità ripetitiva e ossessiva e il soggetto è incapace di resistere all’impulso e all’urgenza di giocare.

Sempre secondo il dossier di Libera, efficacemente intitolato «Azzardopoli», in Italia sono circa sono circa 800mila le persone dipendenti dal gioco d’azzardo, che passano più di tre ore alla settimana davanti alle slot machine o ai siti di gambling on-line oppure piegate sui gratta e vinci, spendendo in media 600 euro al mese. E sono quasi 2 milioni i giocatori a rischio ludopatia.

Minorenni a rischio

Un dato ancor più preoccupante riguarda i minorenni. Secondo i dati della Società italiana medici pediatri, più di 800mila ragazzini italiani fra i 10 e i 17 anni giocano d’azzardo, addirittura 400mila bimbi fra i 7 e i 9 anni hanno già scommesso le loro paghette. Probabilmente non si può parlare già da malattia del gioco, probabilmente lo fanno per curiosità, per il fascino del pericolo e del proibito, eppure una parte di loro potrebbe avere seri problemi in futuro. Certo è che il 90% dei genitori non ha idea di che cosa significhi il termine ludopatia e in più della metà delle famiglie i computer non hanno filtri che impediscano ai bambini e ai ragazzi di accedere ai siti per il gioco on-line che, per inciso, sarebbero vietati ai minori.

Una patologia da trattare

I danni non sono solo economici. I soggetti colpiti dalla malattia del gioco diventano irascibili se e quando non riescono a giocare, fino ad assumere un atteggiamento aggressivo e violento. Presentano comportamenti impulsivi, strutture di pensiero rigide, bassa autostima, tendono a essere insicuri, a sperimentare sensi di colpa e momenti di depressione. In molti casi subentrano anche palesi sintomi di astinenza, non dissimili a quelli che si riscontrano nelle persone che hanno sviluppato una forma di tossicodipendenza da droghe.

La ludopatia, purtroppo, è una delle patologie più difficili da trattare, perché chi ne soffre tende ad auto ingannarsi e a giustificare la propria condotta. Il giocatore che perde si dice che deve continuare a giocare per cercare almeno di recuperare quanto ha perso; quando vince, invece, si racconta che è il suo momento fortunato e quindi deve approfittarne.

Di certo, per combattere il fenomeno non serve il proibizionismo. È inutile chiudere i casinò o mettere i lucchetti alle slot machine: ormai le scommesse corrono in rete e la rete, si sa, è difficile da censurare.

L’unica è provare a smettere, rivolgendosi ai SERD, i Servizi per le dipendenze delle Asl, dove lavorano medici e psicologi, o ai gruppi come i Giocatori anonimi. Lì si impara che il gioco è una compensazione, nella prima fase della cura si cerca un’alternativa alla scommessa che dà adrenalina: uno sport, per esempio. Poi si coinvolge la famiglia quale punto di riferimento (e di partenza) per chiedere seriamente aiuto.

Ci si può rivolgere anche a internet: sul sito GiocaResponsabile.it, promosso da FeDerSerD, è possibile effettuare un test per verificare se si hanno o meno problemi legati al gioco d’azzardo, e quindi richiedere consulenza e orientamento ai professionisti dell’associazione. Il sito fornisce anche l’elenco dei centri che in Italia si occupano di ludopatia e di altre forme di dipendenza.

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