Ogni età ha la sua paura

Le emozioni e i timori riguardo al mondo esterno cambiano a seconda dell’età. E se già nelle primissime fasi della sua vita il bambino inizia a sperimentare emozioni come la paura della mancanza di un supporto, quella dei rumori forti o degli estranei, con il passare del tempo si delineano dinamiche abbastanza costanti e precise.

Paura dell’abbandono (1-3 anni)
È il primo vero terrore che si impadronisce dei bambini. Una derivazione diretta di quelle emozioni indistinte che provano già i bimbi di poche settimane, quando anche se sono al sicuro nella loro culla, all’improvviso sembrano in preda alla sensazione di cadere e per riflesso tendono in avanti le mani di scatto, come se tentassero di aggrapparsi a qualcosa e di tenerlo stretto. Mentre in quel caso si tratta di una forma primaria di paura – relativa alla perdita del contatto costante con le figure di riferimento, in una fase in cui la vicinanza fisica è fondamentale per il bambino – intorno all’anno di vita e circa fino ai 3, il bambino quasi sempre ha paura della separazione dai genitori e nello stesso tempo si mostra intimorito nei confronti degli estranei.
Questa è per esempio la fase dell’ingresso nell’asilo nido o nella scuola materna, e il distacco dalle figure parentali richiede dal punto di vista del piccolo molte e importanti rassicurazioni. Il timore di essere abbandonato aumenta l’insicurezza del bambino, soprattutto se sta attraversando una fase di passaggio decisiva come l’introduzione in un nuovo ambiente. Per questo, raccomandano gli psicologi e gli educatori, è necessario che la mamma o il papà evitino l’inganno quando arriva il fatidico momento della separazione e il piccolo deve essere lasciato da solo con la maestra. È sbagliatissimo cioè andarsene di soppiatto mentre lui è distratto, perché nel giro di pochi minuti, una volta resosi conto della situazione, il bambino si sentirebbe davvero abbandonato e allora sì che cadrebbe nello sconforto più inconsolabile. Poi certo smetterebbe di piangere, ma la ferita dentro di lui lascerebbe comunque un piccolo segno. Meglio invece che si disperi prima, quando lo avvisiamo con onestà e possiamo condividere con lui il peso del distacco.

Una buona idea può essere quella di creare un piccolo rito di separazione, qualcosa di esclusivo che unisca la mamma e il suo cucciolo: una canzoncina da cantare tenendosi per mano, un oggetto da lasciargli in pegno fino al nostro ritorno, che abbia magari il profumo materno e riesca ad alleviare in parte la sensazione di vuoto. Potremo così spiegargli con chiarezza che ci prepariamo ad andarcene, rassicurarlo con tranquillità sul fatto che torneremo a riprenderlo presto, e impiegare tutto il tempo che serve a convincere il bimbo che gli stiamo dicendo la verità. Magari può essere necessario usare anche un po’ di fermezza se la situazione la richiede, ma sempre senza perdere il controllo e con molta “ coerenza comunicativa”, senza usare trucchetti. Non è un caso se in questa fase della crescita il bambino apprezza moltissimo giochi come il cucù e il nascondino, che mimano il distacco dall’adulto e subito dopo il ricongiungimento. In altre parole, la mamma che si copre il volto con la mano e poi lo scopre sorridendo (e nello stesso tempo invita il piccolo a fare come lei) mette in scena il proprio allontanamento e il proprio ritorno, e dunque il passaggio dallo smarrimento al ritrovarsi. Dalla paura alla rassicurazione.

 

I mostri sotto il letto: la paura del buio (2-5 anni)
Intorno ai 2 anni inizia la fase in cui il bambino acquista il controllo dei suoi sfinteri. Questo gli dona un senso di forza e potenza crescenti, ma nello stesso tempo gli impone di adeguarsi a nuove regole, a comportamenti ben definiti in senso sociale. È un momento d i “lotta interna”, e può comportare anche la paura dello sporco e della “sporcizia” che il nostro stesso corpo produce. Anche per questi motivi il mondo del bambino si popola di mostri e potenziali aggressori, che possono fargli temere all’improvviso oggetti o animali che prima non destavano in lui alcuna preoccupazione (pensiero animistico) o che si concretizzano nei personaggi delle favole che gli vengono raccontate. La regina, l’orco, la strega, il principe, il lupo o il capretto incarnano allora i valori assoluti del bene e del male, indicando un percorso da seguire e aiutando il bambino di questa età a proiettare al di fuori ciò che può sentire dibattersi anche dentro di sé. Anche i giochi che predilige possono andare in questa direzione, connotandosi di un’aggressività che il bimbo impara a poco a poco a incanalare, e permettendogli di elaborare attraverso la fantasia i suoi vissuti interiori, i sentimenti che gli provocano imbarazzo, disagio, timore.

Molto presente in questa fase è la paura del buio (che a distanza di generazioni resta una delle più frequenti tra i bambini), perché l’oscurità equivale al distacco dal mondo conosciuto, equivale a stare da solo nel proprio lettino senza vedere più quello che c’è attorno. Può comparire all’improvviso anche il timore di attraversare il corridoio di casa se le luci non sono tutte accese, mentre fino a poche settimane prima lo stesso piccolo marciava sicuro accendendosi da solo la luce della camera una volta arrivato a destinazione. La notte e il buio rappresentano ora più che mai l’allontanamento dai genitori, e l’idea di dover andare a letto può diventare all’improvviso un elemento ansiogeno molto forte. Nei bambini di questa età, per esempio, quando sono già pronti nel loro pigiamino e si preparano a dare la buona notte, è stato osservato un tipico “dondolamento” del corpo in avanti e indietro, un modo di cullarsi da soli che con la sua ripetitività e il suo ritmo agisce come rassicurazione, come rituale che prepara il momento del sonno.
«Se vogliono le luci accese e prima non ne sentivano il bisogno», tranquillizza Pina Tromellini, «sarebbe sbagliato forzarli in senso contrario. È una fase e bisogna assecondarla (spegnendo casomai la lucina dopo che si sono addormentati) ma nello stesso tempo è importante cercare di capire se le paure improvvise fanno parte del cammino evolutivo o se sono scatenate da cause specifiche». Per questo, oltre a lasciare un lumino accesso in camera e a guardare con lui se non ci sono mostri sotto il letto, il genitore deve condividere empaticamente i suoi stati d’animo, facendolo sentire compreso ma rassicurato, e accompagnandolo così nel mondo dei sogni.

 

Paura della punizione (3-6 anni)
Di fatto è sempre collegata all’ansia della separazione. Il bambino è più autonomo, conosce meglio se stesso e il mondo che lo circonda, ma dipende ancora totalmente dalla famiglia e nutre delle angosce relative alla perdita di questo sostegno, sia biologico che affettivo. Da qui nasce il timore di essere privato dell’affetto e della protezione, ed è questa la punizione di fondo che il piccolo non può tollerare: per sentirsi accettato e amato, impara così ad assecondare i desideri e le aspettative che nutrono gli adulti da cui dipende. Per questo l’utilità delle punizioni è dibattuta con tesi diverse tra i pedagogisti, che sostengono comunque la necessità di un uso attento e limitato di questo strumento educativo, che non deve mai diventare un mezzo di ricatto o di violenza per obbligare i pù piccoli ad assoggettarsi alla nostra volontà.
Si dà ormai per scontato, poi, che sia riconosciuta da chiunque si prenda cura della crescita di un bambino la dannosità di intimidazioni come “Se non fai il bravo chiamo l’uomo nero che ti porta via” o “Se ti comporti così non ti voglio più bene”. L’insegnamento e il giudizio di giusto/sbagliato devono sempre essere riferiti a ciò che il bimbo ha fatto, e non al suo modo di essere. Il messaggio che sta dietro il rimprovero, quindi, dovrà significare “È sbagliato questo comportamento” e mai “Tu sei brutto e cattivo”.
Aggiunge Tromellini: «In generale credo poco nel ruolo della punizione in quanto tale, fine a se stessa. Credo che non abbia molta incisività se alle spalle manca un atteggiamento affettivo generale, diciamo “contenitivo” nei confronti del bambino e di quello che fa. Quello che bisognerebbe avere come riferimento, semmai, è un modello di genitorialità che sa distinguere quando è il caso di comportarsi da “amici” – e allora si gioca col bimbo, si va a spasso con lui, si raccontano le favole – e quando bisogna fare gli adulti che sanno porre dei limiti. Una volta i padri e le madri erano molto autoritari, oggi al contrario sono troppo spesso compagni, e si mettono sul piano dei figli al punto da perdere l’autorevolezza necessaria: il discrimine è saper essere autorevoli e non autoritari, riuscire a trovare l’equilibrio. Da un lato perché i bambini di oggi smettono sempre prima di temere le punizioni (e in generale le temono molto meno di una volta) e dall’altro perché sono i bambini i primi a chiederci di dar loro i giusti limiti; ne hanno bisogno, altrimenti prima o poi finiscono per sentirsi in balìa di se stessi e delle proprie pulsioni, e questo per loro è motivo di grande paura. Il bambino ha assolutamente bisogno di regole. Nel momento in cui quelle regole saranno comprese e accompagnate da un atteggiamento di contenimento affettivo, ecco che si trasformeranno in liane, in ponti che il bambino potrà usare per imparare ad andare avanti con le sue gambe, a fare da solo ciò che è meglio».

 

Paure sociali: il corpo e la scuola (6-9 anni)
L’evoluzione continua: il bambino non ha più paura dell’orco ma nella sua vita fanno la loro comparsa altri timori più subdoli, e riguardanti più strettamente il suo posto nel mondo. Ormai è entrato a tutti gli effetti in una comunità sociale in cui viene valutato per quello che è, e per quello che fa. I giudizi dei compagni e degli insegnanti pesano per lui tantissimo, e sentirsi accettato al di fuori della famiglia diventa sempre più determinante.

È questa l’età in cui agli occhi dei bambini possono contare più di ogni altra cosa un’imperfezione fisica, una piccola asimmetria, il dover portare gli occhiali, il fatto di essere troppo bassi o troppo magri o troppo grassi. E allo stesso modo, un brutto voto a scuola, una critica, un ritardo più o meno accentuato rispetto ai compagni diventano minacce concrete per la loro autostima, mentre potersi percepire positivamente rafforza il loro io e li aiuta a camminare più sicuri.
Ancora la dottoressa Tromellini: «Tutte le paure relative alla fisicità oggi sono molto anticipate. Il corpo è sempre più uno strumento di differenza sociale, e l’imperativo anche per i piccini è essere attraenti, prestanti, sportivi. Due sono gli sguardi che accompagnano questa esperienza. C’è lo sguardo del bambino che scopre “l’altro” attraverso le immagini rimandate dalla televisione, dai libri, dai giornali, e c’è lo sguardo indotto dagli adulti attraverso il tipo di look o di sport scelto per i propri figli. Mi spiego meglio: già nei primi anni della scuola elementare i bambini si abituano a un esibizionismo relativo al proprio corpo, vogliono le scarpe da ginnastica di questo o quel personaggio, vogliono già l’abitino intrigante. Nello stesso tempo, la bambina che inizia molto presto a praticare la danza classica si abitua a desiderare di aderire a un preciso modello corporeo».
È importante quindi abituare presto i bambini a ragionare in modo critico, a distinguere tra veri e falsi valori, a mantenere il più possibile una propria indipendenza di giudizio.

 

Paura della morte (7-9 anni)
Se il bambino non sperimenta prima l’esperienza della morte (per un lutto in famiglia, per la scomparsa di un animale domestico…) è verso questa età che inizia a temere il distacco definitivo dalle persone a cui è legato affettivamente. Inizia a interrogarsi sul significato effettivo e sulle conseguenze del morire («Dove si va a finire?», «Poi ci si rivede?», «Può succedere anche a voi o a me?»), ed è fondamentale che riceva risposte sincere e comprensibili.
Bisogna cioè parlare in un linguaggio adeguato alla sua età, ma senza sfuggire agli interrogativi perché è la prima volta che il bambino si rende davvero conto che il suo mondo di certezze incrollabili può venire meno in un attimo. Non si può insomma far finta che la morte non esista, ma non si può nemmeno lasciare irrompa violentemente nella vita dei bambini, magari attraverso le immagini raccapriccianti trasmesse dal televisore, o attraverso racconti non filtrati e adeguati ai loro strumenti cognitivi.

In questo senso un aiuto – all’adulto per spiegare, e al bimbo per riuscire a comprendere – può arrivare dal mondo naturale, dal ciclo della vita e della morte, dall’alternarsi delle stagioni, dai ritmi della terra. Le metafore possono essere un esempio semplice, a patto che siano accompagnate da ammissioni sincere su quello che si sa e su quello che si può solo supporre. Anche le favole possono aiutare a introdurre il tema, e infatti ogni tradizione popolare è popolata di bambini a cui all’improvviso muoiono un vecchio nonno o un genitore, e che devono affrontare un percorso di crescita da cui usciranno comunque vittoriosi. Probabilmente il racconto di quella stessa favola ascoltata tante volte senza suscitare interrogativi relativi alla morte, all’improvviso sarà interrotto dalle domande insistenti del piccolo ascoltatore. E allora sarà importante non farsi cogliere impreparati. Se però sul momento non si sa come rispondere, una cosa che si può senz’altro fare è dare una prima semplice spiegazione e rimandare a breve distanza un approfondimento che soddisfi di più la sua curiosità. Dire per esempio: «È una cosa importante che voglio spiegarti con calma, oggi ci penso bene e stasera ne parliamo con tranquillità».

E ancora, è importante lasciare spazio alla speranza e alle illusioni, che non significa affatto mentire. Suggerisce la pedagogista: «Se si spiega che di una persona che non c’è più rimangono le parole, i ricordi, quello che ha fatto, i momenti che trascorsi insieme, allora si crea quell’idea di “piccola immortalità” che può aiutare a superare il distacco»

A cura di: Laura Taccani

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