Perché ci innamoriamo degli uomini di potere

Perché ci innamoriamo degli uomini di potere
Potere di seduzione.
Non è solo una questione di soldi e status symbol. Dietro all’attrazione che esercita “l’uomo di potere” ci sono meccanismi più complessi, non necessariamente misurabili in termini di vantaggi materiali acquisiti. Quando si subisce il suo fascino, cioè, possono entrare in gioco fattori diversi, che hanno a che fare per esempio con la memoria inconscia di relazioni passate (c’entra anche l’Edipo, sì: desiderare una figura apparentemente irraggiungibile e importante riattiva vissuti già sperimentati, alimentando una sorta di meccanismo di riscatto). Come vedremo, possono essere coinvolti anche il bisogno di conferme, il proprio livello di autostima e la proiezione di aspettative che trovano poco riscontro nella realtà: è quello che capita, per esempio, quando si confondono ruolo e individuo. Inoltre, la scienza sembra adesso confermare indirettamente quella che in origine era solo la boutade di un famoso uomo politico italiano: «Il potere logora chi non ce l’ha». Secondo una ricerca della Tel Aviv University pubblicata su Psychological Science, infatti, un individuo potente ha una più forte percezione del proprio benessere individuale, anche all’interno di una relazione d’amore o di amicizia. Questo perché a una maggiore autorevolezza corrisponde una maggiore convinzione di poter seguire liberamente le proprie inclinazioni. Ne deriva un sentimento di autenticità nei confronti della propria vita, che alimenta a sua volta il fascino esercitato.
 
Principe azzurro cercasi.
“La nuova potenza dei ricchi” titolava in copertina qualche tempo fa L’Express. Sfidano gli stati, controllano i media e sono anche filantropi, scriveva il settimanale francese. In più, si potrebbe a questo punto aggiungere, esercitano un fascino direttamente proporzionale al loro potere. Il discorso vale a tutti i livelli: per categorie di grande peso specifico assoluto (banchieri, celebrities, sportivi di successo, professionisti affermati e così via) ma anche per “potenti relativi”, diciamo su piccola scala. E allora ecco che si subisce il fascino del capoufficio, del professore, del coetaneo più popolare all’interno della compagnia. Come si diceva, le variabili coinvolte sono tante: la gratificazione di sentirsi prescelta, l’ammirazione per il successo raggiunto (che automaticamente estende la sua luce riflessa anche sulla partner) o l’identificazione in valori condivisi che sono stati portati all’eccellenza. E poi, naturalmente, c’è l’attrazione esercitata dalla disponibilità economica e dalla prospettiva di sicurezza sociale. Di fatto, è lo stesso meccanismo per cui tra le specie animali la femmina sceglie il capobranco: la selezione dell’esemplare dominante è funzionale all’evoluzione della specie, con la differenza che tra gli uomini i segni distintivi non sono (solo) genetici ma anche legati al prestigio sociale. L’uomo potente, con tutti i suoi segni di distinzione diretta e indiretta, trasmette insomma una rassicurante impressione di forza.
D’altra parte sarebbe sbagliato farne una questione strettamente utilitaristica. Come si diceva, il discorso infatti non vale solo per il professionista affermato, con conto in banca a parecchi zeri. È lo stesso, per esempio, per il docente oggetto delle brame da parte delle sue studentesse, che vedono in lui una figura-guida con cui condividere le passioni e gli ideali, portati al livello più elevato. Ed è anche quello che accade spesso con l’istruttore sportivo: tra le doti di un bravo coach c’è la capacità di motivare, spronare al miglioramento e trasmettere fiducia nelle proprie capacità. Dinamiche che possono alimentare l’attrazione, tanto per la persona quanto per il ruolo che ricopre. In più, in tutti questi casi c’è il valore aggiunto della concorrenza da sbaragliare, perché un uomo di successo è appunto una “preda” ambita, e riuscire a conquistarlo aumenta l’autostima e fa diventare più self-conscious la fortunata prescelta.
 
Potente, e agé.
È legata a questi meccanismi anche quella che, da alcuni, è stata chiamata la “Sindrome di Sean Connery“. L’ha portata alla ribalta un paio di anni fa il portale Aristofonte.com, dedicato alle ragazze in cerca di partner decisamente più maturi. In base a un sondaggio condotto tra donne di età dai 18 ai 40 anni, una percentuale ampiamente superiore al 60% sarebbe disponibile a intrecciare una relazione con uomini molto più agé. I principali motivi addotti? La ricerca di sicurezza, esperienza, cultura e intelligenza. Abbastanza scontato, allora, pensare che soprattutto in tempo di crisi questo cambi il profilo del maschio alfa, sia dal punto di vista sociale che anagrafico.
 
L’altra metà del potere.
E quando è lei, a essere più influente? Sui red carpet sono svariate le dive che sfilano con compagni dal nome (quasi) sconosciuto, ma sono ancora di più le star che dichiarano di aver incontrato più che altro uomini intimoriti dal loro successo. Nella vita normale forse però qualcosa sta cambiando. Una recente inchiesta della rivista Money ha rivelato che nelle coppie in cui è lei a guadagnare di più, non solo entrambi sono felici e appagati, ma sempre più spesso sarebbe proprio l’uomo a trarne maggior giovamento in termini psicologici: perché liberato dal principale peso della responsabilità finanziaria famigliare. Per lo meno in questo, potere e successo sono finalmente democratici
 

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