Quale psicoterapia?

Si dice psicoterapia, ma bisognerebbe parlarne al plurale. Perché le “cure dell’anima” (questo il significato letterale del termine, che viene dal greco) sono tante e con orientamenti diversi. Va detto subito che non esiste una scala di valutazione per decidere se un tipo di psicoterapia sia migliore di un’altra. Conta piuttosto l’affinità di sentire che si instaura nel rapporto tra paziente e terapeuta. E nello stesso tempo è vero che per ciascun paziente – o per ciascun tipo di disturbo – possono esistere psicoterapie più indicate di altre, per l’orientamento teorico a cui fanno riferimento e quindi per l’approccio e il tipo di relazione che si viene a instaurare. In linea di massima poi, ci si può orientare su una psicoterapia breve quando il disturbo o il problema da affrontare sono abbastanza specifici. Mentre quando è coinvolta la personalità nel suo insieme, o quando le problematiche sono più articolate, è consigliato un percorso psicoterapeutico di durata maggiore. Il discrimine resta chiaramente il raggiungimento, totale o parziale, degli obiettivi che ci si pone all’inizio della pratica. La risoluzione di un malessere momentaneo, il cambiamento di uno stile di vita inadeguato, l’accettazione di un lutto o ancora – ma si tratta solo degli esempi principali – il superamento di schemi comportamentali che arrivano a limitare la libertà dell’individuo. In generale, il terapeuta e il paziente partono dai sintomi più evidenti del disagio (ansia, depressione, fobie, disturbi maniacali, comportamenti ossessivi) per tentare di attraverso il colloquio e altre tecniche di modificare i processi psicologici che ne sono all’origine. In ogni caso, è importante che nel momento della scelta del percorso da intraprendere si abbiano le idee chiare su come procedere.

Cosa fare. Uno dei primi passi può essere chiedere una consulenza al proprio medico di fiducia, oppure rivolgersi a ospedali, consultori e servizi sociali psichiatrici. È fondamentale poi verificare che il professionista scelto sia nell’elenco degli abilitati all’esercizio della psicoterapia. Può trattarsi di un medico chirurgo o di uno psicologo. Tecnicamente infatti, in Italia la psicoterapia è una specializzazione post-laurea riservata a queste due categorie, iscritte ai rispettivi ordini, da conseguire presso una scuola riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Ma possono essere iscritti all’elenco degli psicoterapeuti anche gli specialisti in psichiatria o neuropsichiatria, indipendentemente dall’aver frequentato una scuola di specializzazione. Il passo successivo è informarsi sull’orientamento seguito dal professionista a cui intende rivolgersi, perché come vedremo vi sono differenze sostanziali. In un primo colloquio di “conoscenza reciproca”, poi, terapeuta e paziente decideranno eventualmente insieme su quali presupposti e con quali obiettivi si può intraprendere un cammino comune.

Di seguito, ecco una breve sintesi dei riferimenti teorici di alcuni differenti approcci psicoterapici.

Scuola psicoanalitica/psicodinamica
La psicoterapia psicodinamica si è sviluppata da quella analitica, che ha come obiettivo la consapevolezza. Il suo scopo è cioè rendere consapevoli i conflitti che si sono verificati nel passato e che sono rimasti irrisolti, finendo per esprimersi attraverso il sintomo. L’individuo ha cioè attuato una rimozione per difendersi psicologicamente da eventi che non riesce ad affrontare. Questi eventi traumatici sono così diventati apparentemente gestibili, ma permangono come conflitti inconsci, che il terapeuta cerca nel corso del tempo di far rielaborare. In entrambi i casi il terapeuta assiste e “catalizza” la presa di coscienza e la trasformazione del paziente, ma nel trattamento psicodinamico gli eventi attuali sono in maggiore evidenza, e la durata della terapia è più breve.

Scuola Cognitiva-Comportamentale
I due termini di questa definizione indicano gli elementi su cui si fonda la struttura scientifica di questa scuola di pensiero. Essa si occupa cioè sia dei processi cognitivi che di quelli comportamentali della sofferenza psicologica. Vale a dire che quest’ultima è considerata in un’ottica di apprendimento disfunzionale, in cui il sintomo è l’espressione di uno schema di comportamento o di pensiero precedentemente acquisito. Ciò mette in relazione il presente del paziente con il suo vissuto particolare, e il terapeuta mette in atto varie tecniche di condizionamento o decondizionamento per modificare gli schemi disadattivi ed eliminare il disturbo. Il paziente viene subito molto coinvolto in un processo terapeutico flessibile, che punta a renderlo capace di autogestirsi.

Terapia Sistemico-Relazionale
Il paziente è considerato come membro di un “sistema famiglia”, e lo scopo principale della terapia è comprendere e modificare le cause che portano il cosiddetto paziente designato a manifestare il suo sintomo.Va chiarito che il termine famiglia si riferisce in questo senso sia a quella attuale sia almeno alle due generazioni precedenti. Nel momento in cui il disagio della famiglia (o della coppia) porta al ricorso alla terapia, comincia un percorso di guarigione in cui il gruppo prende coscienza di quello che accadrà, e accetta di allargare l’analisi fino a collegare da punti di vista diversi più eventi, e più persone. Si arricchisce in questo modo lo sguardo sulle dinamiche e sulle problematiche, e intervenendo su queste ci si avvia alla soluzione del problema, attraverso un percorso solitamente abbastanza breve.

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO Ce la faccio da solo/da sola. Andare dallo strizzacervelli è un fallimento. Sono solo chiacchiere senza reale utilità. O ancora: Se inizi poi non riesci più a smettere. I pregiudizi e i luoghi comuni sulla psicoterapia sono sempre gli stessi, dovuti principalmente alla natura “intangibile” di questa professione. Si parte appunto dal timore del giudizio esterno, per arrivare ai dubbi sulla reale utilità delle pratiche psicoterapeutiche. E invece l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ci dice che i disturbi mentali – di vario tipo e intensità – colpiscono ogni anno circa ¼ della popolazione adulta dei paesi industrializzati. Con pesanti ricadute a livello individuale e sociale, in termini di sofferenza psicologica e di costi per la collettività. Lo scarto sta proprio nell’affrontare questi problemi per quello che sono: un disagio o una patologia per le quali esistono professionisti a cui fare riferimento.
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