Shopping compulsivo

Secondo un sondaggio condotto qualche tempo fa da Cosmopolitan in Gran Bretagna, una donna tra i 20 e i 45 anni pensa allo shopping tanto quanto un uomo pensa al sesso.
Per l’esattezza, dall’indagine risulta che le donne nella fascia d’età considerata concentrano il loro pensiero sugli acquisti ogni 60 secondi, mentre il corrispondente campione maschile pensa più o meno con la stessa frequenza (ogni 52 secondi) a questioni riguardanti appunto il sesso.
Se questi sono i dati di partenza in base a un campione standard, figuriamoci cosa succede quando comprare diventa una malattia. Quando, cioè, possedere una data borsetta, un abito appena visto o un gadget tecnologico di ultima generazione si trasforma in un impulso irrefrenabile che non può essere rimandato: un gesto che deve essere compiuto subito, semplicemente perché non se ne può fare a meno. È quello che capita alle vittime del cosiddetto compulsive buying, lo shopping compulsivo, una forma patologica di cui si parla sempre più spesso e che, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Associazione degli psichiatri americani, colpisce circa il 6% della popolazione mondiale.

Certo, rispetto ad altre addiction come quelle nei confronti dell’alcol o della droga, la dipendenza dagli acquisti può sembrare sulle prime meno drammatica e soprattutto socialmente più “accettabile”: non impone infatti – per lo meno in senso stretto – l’assunzione di sostanze esterne, come accade appunto nell’alcolismo o nella tossicodipendenza, e non determina rischi concreti e oggettivi per la salute. Nonostante questo, le compulsive buyer (le ricerche dicono che nell’80% dei casi si tratta di donne) possono arrivare inseguendo il loro impulso a compromettere la propria vita psicologica, relazionale, finanziaria. Perché quando si innesca il meccanismo dell’ oniomania (termine che deriva dal greco e significa “mania di comprare ciò che è in vendita”) la tensione diventa così alta da far passare in secondo piano non solo qualsiasi riflessione di carattere etico o economico, ma anche la consapevolezza che dopo si proveranno quasi certamente rimorso, senso di colpa, svuotamento. Ciò che conta è comprare, comprare, comprare: in modo ripetitivo, obbedendo a una sorta di coercizione psichica, con il solo obiettivo di ridurre il livello di ansia e di ricevere dall’atto dell’acquisto una gratificazione immediata. Va detto peraltro che questa gratificazione non solo è poco duratura ma non è nemmeno strettamente legata all’oggetto di cui ci si invaghisce: quasi sempre i beni acquistati sono inutili, e nella maggior parte dei casi finiscono dimenticati, regalati o addirittura buttati (comunque nascosti ai familiari per evitare la vergogna).

I love (book) shopping
Del resto delle disfunzioni psicologiche legate allo shopping si scrive da sempre più parti, e con toni diversi. Se una scrittrice come Sophie Kinsella ha fatto la propria fortuna creando il personaggio di Becky, protagonista del romanzo semi-serio I love shopping, infinite altre iniziative editoriali analizzano le implicazioni del fenomeno dal punto di vista sociologico, psicologico, di costume. Per esempio, proprio in queste settimane è arrivato in libreria il saggio Hell Paradise Shopping di Cabirio Cautela e Daniela Ostidich (Franco Angeli) che affronta l’ambivalenza di un gesto che può essere fonte di felicità ma anche pratica che rischia di ridurre l’individuo a elemento passivo di un meccanismo deciso da altri.

Quando diventa una dipendenza…
Ma cosa scatta quando comprare diventa una coercizione? Negli anni sono stati fissati alcuni criteri diagnostici per stabilire quando “fare compere” si trasforma in un vincolo. Secondo il dottor Lorrin Koran della Stanford University, segnali che devono mettere in allarme sono per esempio – oltre naturalmente alla ripetizione più volte in una settimana delle scorribande di acquisti, e all’investimento superiore alle proprie possibilità economiche – la perdita di importanza intrinseca dell’oggetto (non importa cioè se si scelgono abiti, cosmetici o cd, quel che conta è entrare in un negozio e uscire con qualcosa) e il senso di frustrazione che accompagna l’eventuale mancato acquisto. È stato stilato anche un identikit delle (per così dire) vittime predestinate: quasi sempre donne, come si diceva, con un’età compresa tra i 25 e i 35 anni, un’estrazione sociale ed economica media e una buona istruzione superiore.

Un problema di autostima?
Gli studi ci dicono anche cosa compra preferibilmente la/lo shopaholic: se è una donna per lo più vestiti, accessori e prodotti di bellezza (comunque oggetti legati fortemente all’immagine), mentre se è un uomo predilige simboli di prestigio sociale come telefonini ultra-accessoriati e strumenti tecnologici sofisticati. In entrambi i casi, comunque, si tratta di oggetti in grado di aumentare l’autostima e la buona percezione di sé, aspetti che in tutte le forme di addiction risultano spesso fortemente compromessi. Per il resto, le ricerche psichiatriche condotte su questo disturbo hanno evidenziato che presenta degli aspetti riconducibili e intrecciabili ad altre patologie più chiaramente classificate, come la depressione, il disturbo ossessivo compulsivo e il disturbo del controllo degli impulsi.
Per esempio si è visto che stati di tristezza e frustrazione spingono molti soggetti a intensificare l’attività di shopping, ma è vero anche che nella shopping addiction la molla principale non è tanto la ricerca di sensazioni piacevoli legate all’acquisto ma il tentativo di alleviare l’ansia e placare il senso di vuoto e di disagio. Infine, il compulsive buying ha una componente di “urgenza” che rimanda direttamente al disturbo del controllo degli impulsi: il soggetto non è, cioè, in grado di tollerare la frustrazione che deriverebbe da un eventuale ritardo del comportamento che vuole mettere in atto. Proprio per il tipo di dinamiche che si innescano in questa (relativamente nuova) forma di dipendenza, le ricerche sul fronte terapeutico – per quanto ancora limitate – dimostrano che la strada più efficace sia spesso quella della terapia psicodinamica o psicoanalitica. Perché per poter affrontare il sintomo è fondamentale prima di tutto che il paziente arrivi a una piena coscienza del problema e delle sue origini. Per informazioni e supporto ci si può poi rivolgere a strutture come la Rete Nuove Dipendenze Patologiche o alla Siipac Onlus, Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive.

A cura di: Laura Taccani

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