Sorridere di sé

Chi assiste alle loro performances in fondo li trova simpatici. Spesso ispirano simpatia, qualche volta tenerezza, quasi sicuramente fanno sorridere. Sono i gaffeurs, i virtuosi del passo falso, i campioni olimpionici della figuraccia, quelli che dicono puntualmente la frase sbagliata o che, per talento innato nei confronti della défaillance, non fanno mai ciò che ci si aspetterebbe in quel frangente, e si ritrovano puntualmente in circostanze spiacevoli. Se per gli spettatori dell’errore di turno può trattarsi di uno spasso, chi è protagonista della supposta inadeguatezza non sempre riesce a prendere le cose alla leggera. Non sempre riesce, cioè, a ridere di se stesso, ad accettarsi con gli inevitabili limiti, a non cercare di aderire costantemente alle aspettative proprie ed altrui. Così, invece di svincolarsi dal meccanismo perverso di un “codice di comportamento” che non tollera debolezze, si finisce per prendere tutto troppo sul serio.

Con la consulenza della dottoressa Maria Castiglioni, psicoterapeuta ed esperta di self-hel.

Parola d’ordine: sdrammatizzare
Eppure sarebbe sufficiente uno sguardo veloce agli scaffali di una libreria, o una ricerca approssimativa sui titoli delle recenti commedie di maggior successo, per rendersi conto che proprio sdrammatizzare è la parola chiave non soltanto per togliersi facilmente dagli impicci, ma per vivere più in pace con sé e nutrire adeguatamente la propria autostima.
L’elenco dei libri giocati su una lettura divertita delle proprie disavventure quotidiane (amorose, professionali e così via) è sterminato:dalle fatiche letterarie di Stéphanie Calman – creatrice del sito www.badmothersclub.co.uk e autrice di “Confessioni di una mamma imbranata” e “Confessioni di una donna incasinata” (Kowalski) – all’ormai classicissimo “La verità è che non gli piaci abbastanza”, prima romanzo della premiata coppia Behrendt e Tuccillo (già sceneggiatori della serie Sex and the City), poi film con Jennifer Aniston e Scarlett Johansson.
Purtroppo però, quasi mai la vita coincide con le sit-com, e nella realtà chi si irrigidisce di fronte ai propri errori finisce col vivere in un costante stato d’allerta, senza mai stemperare la tensione e prendendo da solo a picconate la propria considerazione più o meno conscia. Di queste dinamiche psicologiche e di come provare a disinnescarle abbiamo parlato con la dottoressa Maria Castiglioni, psicoterapeuta ed esperta di self-help.


La nostra immagine sociale

«Abbiamo tutti un’immagine sociale di noi stessi», spiega, «cioè una rappresentazione pubblica della nostra persona, che corrisponde al modo in cui vorremmo essere considerati. Una caduta di questa immagine può provocare “guasti” più o meno grandi, a seconda dello scossone che riceviamo e della nostra vulnerabilità. Chi ha un’immagine di sé molto legata al giudizio altrui soffre moltissimo anche per le minime oscillazioni di questa considerazione. In generale, l’identikit psicologico di queste persone può essere inquadrato nella cornice di una personalità narcisistica con un forte tratto di dipendenza. Il narcisismo è solitamente effetto di un Super Io esigente e perfezionista che non perdona limiti e difetti, per cui in questi soggetti l’Ideale dell’Io è tanto irraggiungibile quanto fonte di quotidiane frustrazioni».

Autoironici si diventa, non si nasce
D’altra parte ridere di se stessi non è subito alla portata di tutti, perché implica la capacità di essere creativi e ragionare su più livelli: bisogna cioè considerare, tra l’altro, la situazione oggettiva, il suo lato comico, il nostro modo di affrontare certi vissuti. Ancora la dottoressa Castiglioni: «L’autoironia è sicuramente un antidoto efficacissimo, ma non si trova all’inizio del cammino bensì a sentiero inoltrato. Da adolescenti, allorché si forma la nostra immagine sociale, siamo estremamente esposti al giudizio del gruppo e, se non è gratificante, ne soffriamo in profondità». Crescere, prosegue la psicoterapeuta, implica proprio una contrattazione continua tra la percezione che abbiamo di noi stessi e delle nostre capacità, e il riscontro che ci rimandano gli altri. In pratica, meno abbiamo l’abitudine a contrattare e più stiamo male; meno mettiamo in gioco la nostra immagine e meno avremo un feedback di quanto davvero valiamo.
Chi sa ridere dei propri difetti ispira simpatia
Tanto più che scherzare sui propri limiti ed essere, come dicono gli anglosassoni, “self deprecating”, autoironici, è la strada più sicura per attirarsi minori critiche esterne. Diciamo che è una specie di adattamento della vecchia regola che ci insegnavano le mamme ai tempi dell’a silo, quando ci si scontrava con un compagno sbruffone che si divertiva a nostre spese: se ci ridi sopra e non te la prendi smetterà da solo, che piacere c’è a prendere di mira qualcuno che lo fa già di suo?
Viceversa, chi ostenta troppa sicurezza e anche nelle situazioni di evidente imbarazzo mantiene un atteggiamento ingessato, con tutta probabilità non ispirerà simpatia nel suo interlocutore e ne solleticherà semmai la propensione alla critica.

Ecco perché, on line e non, fioriscono le iniziative che educano per esempio all’autoironia e alla comico-terapia come tecniche serissime (anche se sembra un gioco di parole…) per conquistare il benessere interiore, per risolvere i problemi, per gestire lo stress. Per citare solo un paio di siti: www.umorismoformazione.it, www.accademiadelcomico.it.
Conclude Castiglioni: «Si può fare delle proprie debolezze un punto di forza, e sorriderne è senz’altro la strada più diretta. Una mia amica, a chi le faceva notare che aveva le gambe un po’ corte, ribatteva pronta di avere in compenso la schiena molto lunga!».
 

A cura di: Laura Taccani

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