Tirchieria emotiva: l’amore con il contagocce

Tirchieria affettiva - EsseredonnaonlineIn rete ormai le chiamano diffusamente “persone briciola”. Perché di se stesse, in una relazione, concedono appunto solo quello: briciole, avanzi, spiccioli che lasciano in chi li riceve – i compagni di vita, ma spesso anche i figli, o gli amici – prima di tutto una sensazione di vuoto. Perché da un lato è certamente vero come ha scritto la psicologa Umberta Telfener, che a questo tema ha dedicato un libro intero (Gli amori briciola, Magi edizioni), che “l’amore non è qualcosa che si compra al mercato, un tanto al chilo”. Ma dall’altro, prosegue sempre l’autrice, l’amore (in tutte le sue forme) è curiosità dell’altro e desiderio di condividere, di lasciarsi coinvolgere, di perdersi. Tutti sentimenti che rimangono sospesi, in uno stand-by sempre più frustrante mano a mano che diventa consapevole, quando dall’altra parte rimbalzano contro il muro di gomma della tirchieria emotiva. Quando, in altre parole, il destinatario dell’amore oblativo restituisce in cambio solo una relazione on-off, in cui al primo posto per lui c’è la salvaguardia del proprio isolamento. E qualche emozione fatta cadere col contagocce.

Statisticamente, almeno in passato, se una relazione era sbilanciata gli scrooge dei sentimenti erano più spesso gli uomini. Le stesse convenzioni sociali concedevano loro di essere, senza che ciò facesse scandalo, l’archetipo contrario delle famose “donne che amano troppo”. Oggi, la percezione condivisa è che anche su questo fronte la situazione sia diventata molto più fluida. E che vada rimesso in discussione anche quell’hardware relazionale tipicamente femminile che aveva tra le installazioni di base il desiderio di accudimento, la generosità, l’enfasi, la tendenza al romanticismo. La scrittrice Marina Mander parla in modo molto efficace di amoressia. Anche perché, in comune con il disturbo alimentare, questa incapacità di essere fino in fondo in una relazione condivide quasi sempre la ricerca parallela di una perfezione formale dai tratti ossessivi. La psichiatria stessa ci dice che la difficoltà di mettersi in gioco e di instaurare relazioni davvero intime (rinunciando al controllo assoluto delle emozioni, un bisogno tipico anche delle persone briciola) è tra i tratti più caratteristici del disturbo ossessivo-compulsivo. Così come la tendenza al perfezionismo e all’organizzazione dettagliata di cui sempre più donne sono vittime, nel bisogno insaziabile di aderire alle altissime aspettative proprie ed altrui.

Ne abbiamo parlato proprio con Marina Mander, autrice tra l’altro di Manuale di ipocondria fantastica, Catalogo degli addii, La prima vera bugia e del recentissimo Nessundorma (Mondadori).
Nei tuoi romanzi hai mai tratteggiato questo tipo di personalità?
Mi rendo conto ex post di quanto i miei libri siano abitati da questo genere di personalità che evidentemente dilaga, anche a nostra insaputa. In Nessundorma, il mio ultimo romanzo, questo modello operativo è addirittura centrale: i genitori di Andrea, un ragazzo in attesa di un trapianto di rene, si devono confrontare con la necessità di dare e darsi più sostegno e amore, ma non sanno più come si fa. Chiusi ognuno nel guscio ossessivo-compulsivo di una presunta normalità non sanno dialogare e patire con l’altro. Il padre di Andrea dice: “Forse sono diventato avaro, senza accorgermene”. La moglie: “Non so più se sono capace di amare e di soffrire.” Anche lei, seppur madre, mette in scena rituali d’amore al posto dell’amore vero, si risparmia. Allo stesso modo, nel precedente La prima vera bugia, i tentativi della madre di dare un nuovo padre a suo figlio naufragano nel non esser-ci di uomini che vanno e vengono: “Mamma, allora, perché invece di un papà non ci prendiamo un cane?” è la frase con cui il bambino sintetizza il desiderio di una presenza vera, affettuosa. E ancora: in Ipocondria fantastica è contenuto un racconto in cui uno dei protagonisti è quel tipo di uomo che c’è fin quando c’è, e poi parte per altre avventure, votandosi a un’orgogliosa e sterile solitudine. Infine, nel Catalogo degli addii l’uomo-che-non-c’è gira il mondo con una valigia di postumi pentimenti, è gran seduttore ma la presenza on-off esprime l’impossibilità di spendersi profondamente in una relazione.

Credi che quando la tirchieria emotiva coinvolge le donne risulti ancora più alienante? Sia una negazione dei tratti più intimi del loro modo di essere?
Non credo che le donne abbiano dimenticato le loro qualità femminili: l’accudimento, il nutrimento, una predisposizione alla donatività. Penso che, trovandosi ad affrontare le richieste di tanti puer aeternus di cui le generazioni post boom economico pullulano, abbiano sviluppato una certa ritrosia affettiva, uno stratagemma per evitare che l’amore si trasformi nell’adozione di un adulto narciso a cui tutto è permesso. Da ciò può derivare uno sbandamento che porta alla polarità opposta, al distacco, all’idealizzazione dell’auto-sufficienza. D’altra parte, spesso, nemmeno sposarsi con se stesse o con la professione pare essere una buona soluzione.

Secondo te una società che pretende sempre più efficienza, può essere una delle cause di rapporti umani vissuti con il freno a mano tirato? O viceversa, chi cerca un’organizzazione perfetta all’esterno lo fa anche per compensare la propria aridità interiore?
Questi individui di solito sono ossessivi, precisini, centellinatori. Non nutrono le relazioni evitando il rischio di farsi nutrire. È una specie di amoressia, strettamente connessa a un ideale di perfezione. Performanti ed efficienti, gli amoressici concepiscono il tempo per l’altro solo come un singhiozzo. Ma una simile alta concezione di sé spesso nasconde l’abisso del disamore, inconfessato e inconfessabile. Anche tuffarsi in modo coatto nel lavoro mi sembra un espediente per mascherare un problema più antico, non solo figlio di una società sempre più demanding: meglio organizzarsi in autarchia che affrontare le tempeste dell’amore. Perché l’intimità è vissuta come perdita di indipendenza, e il tempo è soltanto il tempo “del fare” e non dell’essere-con-l’altro. Ma per fare l’amore, in qualsiasi forma esso si esprima – amicizia, passione sociale, culturale o politica – è necessario mettersi in gioco. Oggi facciamo l’amore, domani faremo l’amore: se il domani non si declina davvero al plurale, difficilmente sarà migliore.

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