Vendetta, tremenda vendetta

Vendetta, tremenda vendettaTra le altre cose si dice che è un piatto che va servito freddo. Che è donna. Che la migliore consiste nel perdono. La vendetta ha da sempre un posto speciale nell’immaginario comune, dai tempi della legge del taglione in qua. Per le sue potenzialità drammatiche, e spesso per la scenograficità delle azioni che alimenta, è un sentimento frequentato come pochi altri dalla letteratura e dal cinema. Ma anche nella vita vera le sue manifestazioni sono innumerevoli, che si tratti di piccole rappresaglie tra colleghi d’ufficio, di eclatanti delitti passionali, finanche di episodi che arrivano a indirizzare le vicende politiche di un paese. Basti ricordare che a far scattare l’arresto di Mario Chiesa e quindi l’avvio di Tangentopoli, l’inchiesta giudiziaria che ha avuto più risonanza della storia italiana degli ultimi 20 anni, fu la denuncia da parte della moglie di lui, tradita e desiderosa di rivalsa.

E infatti, la vendetta viene considerata uno dei quattro principali motivi che generano comportamenti antisociali: insieme al vantaggio personale, al piacere e all’odio. Lo psichiatra e criminologo Marco Cannavicci, in un testo sulla psicopatologia della vendetta come movente del crimine, ha riassunto bene le dinamiche comportamentali della vendetta, ossia le tappe in cui viene concepita e agita: all’origine (fase 1) vi è un’esperienza frustrante, che può consistere in una perdita, un’offesa, un rifiuto, un fallimento vero o presunto. Da qui si passa alla sperimentazione di una forte instabilità emotiva (fase 2), dovuta alla mancata gratificazione. Per approdare infine alla fase 3, che consiste nella liberazione dell’aggressività nei confronti di chi è ritenuto responsabile della perdita. Il cuore della questione è quindi una ferita narcisistica, che scatena un desiderio punitivo tanto più forte quanto più la personalità è immatura e incapace di sublimarlo. Incapace, cioè, di trovare strade alternative per dar sfogo all’energia e ai sentimenti che sperimenta.

Vendetta fisiologica e vendetta patologica

Perché entro certi limiti, è fisiologico sviluppare sentimenti di rivalsa e tradurli in “fantasie” che possono avere una loro funzione specifica: ci permettono di scaricare l’aggressività in modo innocuo – diciamo virtuale – sfogando per esempio, a livello mentale, la rabbia per un torto subito. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo ha realizzato uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science. Attraverso la tomografia a emissione di positroni sono state analizzate le reazioni cerebrali di volontari a cui erano presentati scenari di tradimenti e vendetta. L’attivazione di precise aree del cervello ha mostrato prima di tutto che la soddisfazione era molto alta quando veniva inflitta la massima pena a fronte di nessun costo per i vendicatori. Ma soprattutto (e questo è risultato il dato più interessante) nel caso in cui veniva proposta come unica possibilità una “vendetta a pagamento”, le persone disposte a spendere di più erano le stesse che provavano più gratificazione nel comminare la pena massima.

Da un lato quindi, nutrire qualche pensiero vendicativo è in molti casi gratificante, e potenzialmente utile a non esacerbare la rabbia reprimendola. Le cose cambiano però quando le fantasie superano una certa soglia, ossia quando i pensieri sono troppo ricorrenti (magari addirittura interrompono le normali attività), quando impiegano esageratamente le energie mentali, quando diventano sempre più dettagliati e sproporzionati anche rispetto al torto subito. Quando, infine, enfatizzano il rancore invece di aiutare a decomprimerlo.

La miglior vendetta è essere felici

In questi casi la gestione mentale dei sentimenti di vendetta è più problematica, e la psicoterapia diventa uno strumento utile per sbloccare la situazione, evitando la sofferenza psicologica con tutte le sue possibili conseguenze. Una volta disinnescato l’impulso ossessivo, le energie mentali liberate potranno essere impiegate per un adattamento positivo alla realtà. Come, lo spiega a Esseredonnaonline la dottoressa Lucia Giovannini, che oltre ad avere un Doctorate in Psychology e Counseling, e un Bachelor in Psico-Antropologia, nel 1999 ha fondato l’associazione per lo sviluppo della consapevolezza personale e sociale BlessYou!

«Per prima cosa bisogna lasciare andare le persone negative. Piuttosto che accanirsi per vedere pagare chi ci ha fatto un torto, bisogna usare quella spinta per decidere di fare nuove scelte nella propria vita: la miglior vendetta è essere felici, circondandosi di persone che ci fanno star bene. Il secondo passo è “per-donare” noi e gli altri, e nel termine è racchiuso il significato di dono che possiamo fare realmente a noi stessi se prendiamo atto di quello che è successo ma, subito dopo, impariamo la lezione e decidiamo di andare avanti. Allo stesso modo è importante sentirsi liberi di dire ciò che si sente (tenere tutto dentro ingigantisce la frustrazione e alimenta la voglia di vendetta) e riportare l’attenzione su di noi. Non è infatti possibile né necessario piacere a tutti, e capirlo è un passaggio decisivo: spesso il desiderio di vendetta scaturisce dal sentirsi disapprovati. Aprirsi allora alla propria vulnerabilità, e accettarsi con tutte le inevitabili imperfezioni, significa avere il coraggio di esprimere se stessi. Significa, in sintesi, essere liberi».

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