Vita in città: lo stress che fa male alla salute

Che la città stressi lo dice praticamente chiunque ci viva. In parte perché lo pensa sul serio, e in parte perché è una di quelle verità condivise ormai a priori, senza bisogno di approfondimenti. Una di quelle affermazioni che si buttano lì quasi per abitudine, ben sapendo che a nessun interlocutore verrà mai in mente di contraddirti. Ora però di questo dogma contemporaneo ci sono le prove scientifiche.
Studi che hanno sperimentato, catalogato, misurato e incrociato dati. E alla fine hanno concluso che chi abita o lavora in una città mediamente caotica è costretto a vivere in uno stato di percezione controllata che lo obbliga a “rimettere a fuoco” in continuazione la sua attenzione. Qualcosa di simile alla sindrome da attenzione parziale continua (o sindrome da interruzione continua) di cui si parla per le generazioni più tecnologiche, quelle che vivono contemporaneamente in più dimensioni, dividendosi tra un sms e una e-mail, mentre negli auricolari passa la musica appena scaricata.

Il risvolto negativo è che di fatto questi individui rischiano di non riuscire più a concentrarsi realmente su un unico obiettivo per più di pochi minuti. Ecco, in città sperimentiamo spesso senza rendercene conto lo stesso tipo di bersagliamento sensoriale. In pratica significa che, raggiunti da stimoli incessanti e diversissimi, non riusciamo mai a metterci in stand by. Questo implica uno sforzo psicologico notevole, che infatti ha le sue conseguenze. Per esempio, recentemente uno studio condotto dall’università del Michigan ha dimostrato che basta una brevissima passeggiata in una strada affollata, con le sue insegne luminose e la sua inevitabile colonna sonora di clacson e rumori assortiti, per provocare in noi un quantificabile deficit cognitivo. Compromettendo anche i nostri più elementari processi mentali.

La città manda in crisi le nostre capacità cognitive
Lo stress da città, insomma, non è soltanto quello che si impadronisce di noi alla fine delle vacanze. Ovvero la celebre “sindrome da rientro” di quando lasciamo mari, monti e valli per tornare nei ranghi, e dopo pochi giorni l’organismo dà segnali lampanti di non aver gradito il cambiamento, manifestando il suo disappunto con senso di affaticamento, emicranie e ansia generalizzata. Quello che dicono le nuove ricerche è che l’ambiente cittadino stressa proprio in quanto tale, per le sue caratteristiche intrinseche, e non solo quando il nostro corpo fa il confronto con un contesto diverso. Diciamo che è come se il nostro gps interiore dovesse ri-adeguarsi senza sosta alle nuove coordinate che gli vengono inviate, per aiutarci a capire cosa ignorare e cosa no.

Un dispendio di energia ininterrotto e notevolissimo che secondo Marc Berman, lo psicologo del Michigan che ha condotto lo studio, riduce le nostre capacità mnemoniche e il nostro senso di autocontrollo: stanchi per gli stimoli pressanti della quotidianità metropolitana, in pratica, si sarebbe meno capaci di prestare attenzione allo studio o al lavoro, si ricorderebbero le cose con meno facilità e si perderebbe più facilmente la calma. Del resto in quella direzione erano già andati i test condotti un paio di anni fa dall’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, su alcune categorie professionali cronicamente esposte al rumore e ad altri stressor urbani: per esempio vigili, postini, edicolanti, autisti e così via. In sintesi estrema ne era emerso un significativo deficit di capacità cognitive da parte dei soggetti esposti agli stressor, rispetto al campione di controllo che svolgeva il proprio lavoro in un ufficio. Questione di inquinamento acustico ma non solo, perché lo stress provocato dall’insieme di tutti questi fattori alla lunga influisce sullo stato di salute e sulla qualità della vita in generale.

Ritrovare il contatto con la natura… anche in città
I rumori improvvisi e l’affollamento, hanno già dimostrato in passato degli studi americani, favoriscono l’aumento dei comportamenti aggressivi. Viceversa, innumerevoli ricerche degli ultimi anni confermano il dato opposto, ossia che il contatto con la natura ha effetti positivissimi sul nostro cervello. Non solo negli anni è stato provato che guariscono più in fretta i pazienti che dalla loro finestra vedono degli alberi, o che il contatto con la natura migliora il comportamento di chi soffre di ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività), o ancora che gli inquilini dei caseggiati popolari hanno più capacità di concentrazione se il loro appartamento affaccia sul verde. Ma un team del Laboratorio del Paesaggio e della Salute umana, presso l’Università dell’Illinois, ha appurato che nelle abitazioni con vista su un giardino (per quanto minimo) sono più basse le percentuali di violenza domestica. C’è di che trarne le conseguenze e pare che gli italiani stiano iniziando a farlo. Qualche mese fa Coldiretti, sulla base di dati Istat, ha rivelato che 4 connazionali su 10 si dedicano almeno occasionalmente al giardinaggio.

Il bisogno di un contatto con la natura, insomma, non è più soltanto affare di chi vive in campagna, perché tra giardinetti condominiali, balconi fioriti e terrazzini attrezzati come orti in miniatura, sempre più cittadini cercano il loro personale antidoto allo stress. Che si tratti di peonie o di gelsomini, di davanzali verdeggianti di basilico, rosmarino e maggiorana o addirittura di piantine di pomodoro da coltivare per scaricare la tensione. Senza contare il valore aggiunto in tempo di crisi.

Vita da pendolare
Sono quelli che si stressano prima ancora di arrivarci, in città. O nel quotidiano tragitto tra una città (quella in cui vivono) e un’altra (quella in cui lavorano). Sono i pendolari, sterminata categoria di viaggiatori del cui stress negli ultimi mesi si è parlato parecchio. Uno stress che ha cause precise e identificate una per una: agenti patogeni che si chiamano di volta in volta ritardi, annullamenti, disservizi, coincidenze saltate, guasti. In generale, disagi psico-fisici di una vita trascorsa sui binari. A inseguire alcuni treni o ad aspettarne altri guardando sconsolati l’orologio.

Negli ultimi mesi, si diceva, sono finiti diverse volte sotto i riflettori mediatici perché gli avvocati hanno iniziato a chiedere – e la giustizia ha iniziato a riconoscere – il “danno esistenziale” provocato da un sistema ferroviario pericolosamente vicino al collasso. Un vero e proprio attentato alla salute dei passeggeri, è stato detto, perché il fastidioso ritardo che può far sbuffare chi prende il treno occasionalmente, o il cartello Fuori Uso che costringe a percorrere in su e in giù il convoglio alla ricerca di una toilette funzionante, hanno un impatto moltiplicato esponenzialmente su chi in carrozza ci trascorre, anno dopo anno, buona parte della sua vita. Così, per esempio, nel febbraio dell’anno scorso un giudice di pace genovese ha riconosciuto il “danno esistenziale” (con rimborso di 100 euro) a un pendolare rimasto bloccato per un’ora e mezzo, causa guasto, tra Genova e Torino. E sempre a favore di un pendolare, questa volta vittima di una serie di ritardi sulla linea Piacenza-Milano, un altro giudice ha emesso una sentenza in cui veniva quantificato il “danno fisico e psicologico”, anche qui con rimborso (1000 euro, oltre alle spese legali). E i casi si stanno moltiplicando.

 

 

A cura di: Laura Taccani

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