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24 Giugno 2010

L'età del cambiamento

La prima cosa da mettere in chiaro è che non esistono infallibili istruzioni per l’uso.
Non esiste (al di là degli slogan che ogni tanto fanno la loro comparsa, magari come titoli di trasmissioni tv di successo) un manuale di comportamento da applicare alla lettera, per essere certi di fare la cosa giusta in ogni situazione.
Mai come quando si parla di adolescenza - ossia di un’età che per definizione ha come cifra il cambiamento, l’incertezza, il passaggio – bisogna stare attenti alle semplificazioni, agli schematismi, al rischio di interpretare la realtà semplicemente come somma di fattori il cui risultato, se si fanno bene i conti, è matematicamente prevedibile. Per restare a una metafora scolastica, sarebbe un errore da matita blu.

Perché se l’adolescenza è la fase dello svincolo dai legami famigliari, del rodaggio (necessariamente difficile) di un’autonomia individuale che riguarda tutte le sfere dell’esistenza, a maggior ragione bisogna recuperare nei suoi confronti la sensibilità verso le sfumature, le zone d’ombra, le caratteristiche e i bisogni che fanno sì che il ragazzo “non sia più” (sottinteso: un bambino) e nello stesso tempo “non sia ancora” (un adulto). In questo senso essere adolescenti, e più che mai esserlo in una società complessa come quella in cui viviamo, significa prima di tutto cercare di costruire ogni giorno un equilibrio precario tra sentimenti e vissuti diversissimi tra loro. Senza aver paura di rimettersi in discussione – tanto i teenager quanto gli adulti che vivono accanto a loro - per aggiustare a piccoli passi un’armonia che è determinante per lo sviluppo dell’individuo, e della sua personalità futura.

 

A cura di: Laura Taccani

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