24 Giugno 2010
L'età del cambiamento
La prima cosa da mettere in chiaro è che non esistono infallibili istruzioni per l’uso.
Non esiste (al di là degli slogan che ogni tanto fanno la loro comparsa, magari come titoli
di trasmissioni tv di successo) un manuale di comportamento da applicare alla lettera, per essere
certi di fare la cosa giusta in ogni situazione.
Mai come quando si parla di adolescenza - ossia di un’età che per definizione ha come cifra
il cambiamento, l’incertezza, il passaggio – bisogna stare attenti alle semplificazioni, agli
schematismi, al rischio di interpretare la realtà semplicemente come somma di fattori il cui
risultato, se si fanno bene i conti, è matematicamente prevedibile. Per restare a una metafora
scolastica, sarebbe un errore da matita blu.
Perché se l’adolescenza è la fase dello svincolo dai legami famigliari, del rodaggio
(necessariamente difficile) di un’autonomia individuale che riguarda tutte le sfere dell’esistenza,
a maggior ragione bisogna recuperare nei suoi confronti la
sensibilità verso le sfumature, le zone d’ombra, le caratteristiche e i bisogni
che fanno sì che il ragazzo “non sia più” (sottinteso: un bambino) e nello stesso tempo “non sia
ancora” (un adulto). In questo senso essere adolescenti, e più che mai esserlo in una società
complessa come quella in cui viviamo, significa prima di tutto cercare di
costruire ogni giorno un equilibrio precario tra sentimenti e vissuti diversissimi
tra loro. Senza aver paura di rimettersi in discussione – tanto i teenager quanto gli adulti che
vivono accanto a loro - per aggiustare a piccoli passi un’armonia che è determinante per lo
sviluppo dell’individuo, e della sua personalità futura.
A cura di: Laura Taccani
Dall'infanzia all'età adulta
A riprova del fatto che l’adolescenza è
l’età dell’incertezza, c’è il carattere estremamente sfumato dei suoi limiti
temporali, che anche in questo caso non sono tracciabili in modo univoco.
In linea generale si può dire che l’adolescenza è il periodo che va dalla pubertà (la fase,
diciamo intorno agli 11-13 anni, in cui lo sviluppo dell’organismo porta nelle ragazze all’inizio
delle mestruazioni e nei ragazzi alla comparsa degli spermatozoi) al completamento dello sviluppo
psicofisico, mediamente verso i 18 o 19 anni.
Un periodo di “laboratorio”, dunque, durante il quale i ragazzi devono affrontare
la crescita, i cambiamenti emotivi e sessuali, l’abbandono metaforico del nido domestico, la
gestione di nuovi e allargati legami sociali.
Si tratta cioè di un banco di prova per fondamentali “tentativi di volo”, perché da un lato
viene chiesto ai giovani di superare alcuni limiti (interni ed esterni) tipici dell’infanzia: di
sperimentare delle abilità, di consolidare le conoscenze che hanno acquisito, di mettere a fuoco
una progettualità con basi realistiche riguardo al loro futuro.
Dall’altro lato, e nello stesso tempo, la famiglia, la scuola, le istituzioni e le aspettative
che gli stessi adolescenti hanno nei propri confronti sottolineano più o meno esplicitamente la
necessità di rispettare determinati vincoli, di attenersi a “desideri condivisi” e comportamenti
socialmente approvati. Per esempio facendo proprio uno stile di vita sano dal punto di vista
fisico, sociale, emotivo: non una cosa da niente, insomma. Non a caso, nelle società tribali ma
anche nel mondo occidentale fino a qualche decennio fa, la transizione all’età adulta era scandita
da veri e propri riti di passaggio, di iniziazione: cerimonie o riconoscimenti che rendevano
esplicito il cambiamento, il maggior peso delle responsabilità, la presa in carico della propria
vita.
A cura di: Laura Taccani
Gestire il cambiamento in modo positivo
Le cose sono mutate di pari passo con le trasformazioni socio-economiche, per esempio con la
maggiore importanza data (nel mondo borghese europeo verso la fine del XIX secolo) a un’istruzione
diventata via via più lunga, che ha dilatato quindi i tempi del passaggio dall’infanzia all’età
adulta e ha creato il bisogno di
una nuova etichetta sociale di cui prima non si sentiva il bisogno, l’adolescenza
appunto.
Il fatto di dipendere economicamente dalla famiglia d’origine per più tempo, ha influito (e
influisce più che mai in questo momento storico particolare) anche sui processi di crescita.
Soprattutto va considerato che le variabili in gioco sono tante, a cominciare dal fatto che lo
sviluppo psicologico e quello emotivo non procedono per forza alla stessa velocità, che le
differenze sono ancora più marcate tra persone di diverso sesso e che, dunque, tappe fondamentali
come il superamento dell’egocentrismo infantile, la maturazione del pensiero logico e lo sviluppo
di una sessualità matura non possono rispettare una “griglia” di riferimento troppo rigida.
Ciò che invece vale per tutti è la componente di
insicurezza che accompagna necessariamente questa fase, in cui emancipazione e
conflitti vengono a volte esasperati e in cui uno dei lavori più ardui è proprio gestire il
cambiamento in maniera positiva e metabolizzare i sentimenti legati alla liberazione dal controllo
parentale. Perché la fine della dipendenza emotiva, l’acquisizione di autonomia e la consapevolezza
della maturazione sessuale generano emozioni spesso ambivalenti che bisogna imparare a maneggiare
con cura.
Per l’adolescente ciò significa, per esempio, riuscire a riconoscere i propri sentimenti e
quelli degli altri, rendendosi conto del peso che hanno nell’influenzare i comportamenti. Ancora:
fondamentale è per lui capire come
gestire emozioni intense quali la rabbia e il dolore, che potrebbero altrimenti
imboccare strade di sfogo sbagliate. In questo senso, se la famiglia ha abituato il bambino di ieri
a una certa autonomia, a prendersi le proprie responsabilità e ad agire non sotto minaccia ma per
convincimento di quale sia la scelta migliore, questo passaggio sarà probabilmente meno doloroso, e
l’adolescente svilupperà con più facilità la fiducia verso se stesso. Viceversa, un atteggiamento
autoritario e poco comunicativo nelle fasi precedenti della crescita può esporre il giovane a
maggiori rischi di mancanza di equilibrio, di esasperazione dei conflitti, di rifiuto dell’autorità
parentale.
A cura di: Laura Taccani
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