Feromoni: l’attrazione è una questione di naso

Feromoni - EsseredonnaonlineSono il sacro Graal dell’erotismo. La pietra filosofale della sessualità. La formula magica che detta le regole dell’attrazione. Quel certo non-so-che in grado di cambiare il destino. E fare la differenza tra l’andare in bianco e una notte sudata. Molto sudata.

Stiamo parlando, naturalmente, dei feromoni. Cioè, come spiegano i testi scientifici, di quelle sostanze biochimiche prodotte da ghiandole esocrine che servono a provocare specifiche reazioni tra gli individui appartenenti a una stessa specie. Funzionano come gli ormoni ma, a differenza di questi ultimi, agiscono al di fuori dell’organismo, e lo fanno soprattutto per via olfattiva. Alcuni servono a provocare reazioni di paura, altri permettono la demarcazione del territorio o la segnalazione di un determinato percorso. Altri ancora, è qui viene il bello, vengono secreti per attivare l’attrazione sessuale.

Ecco spiegato l’amore a prima vista, anzi, alla prima annusata.Ma è davvero così? In realtà il dibattito è aperto da oltre mezzo secolo. Precisamente dal 16 gennaio del 1959, quando il biochimico tedesco Peter Karlson e l’entomologo svizzero Martin Lüscher, in un articolo pubblicato dalla rivista Nature, proposero per la prima volta il neologismo mutuandolo dal greco (φέρω, portare, e ὁρμή, stimolo). Il 1959 è anche l’anno nel quale il tedesco Adolf Butenandt, premio Nobel per la chimica, riuscì a isolare e descrivere il primo feromone animale, battezzato Bombykol dal nome della specie da cui deriva, il Bombyx mori, ossia il baco da seta, utilizzato dalle femmine per attrarre il maschio. Negli anni successivi ne sono stati individuati molti altri. Nei batteri, negli insetti, nei pesci, nei crostacei e anche nei mammiferi. Probabilmente rappresentano una delle più antiche forme di comunicazione animale.

Di recente un team di ricercatori della facoltà di veterinaria dell’Università di Teramo, studiando un’antica razza di asino originaria della zona, ha scoperto che il comportamento dei maschi cambia in base alla composizione chimica dei feromoni rilasciati dalle femmine. Ovvero se le asine si trovano nella normale stagione riproduttiva oppure in quella artificialmente indotta dagli studiosi con l’aiuto di dieta e illuminazione. «Le femmine mandano chemiosegnali ai maschi attraverso le urine e il sudore, indizi che opportunamente decodificati», spiega uno dei ricercatori, «dicono al maschio che c’è una femmina ricettiva. Attraverso una particolare smorfia il maschio aspira i feromoni, e quando capisce che c’è una potenziale compagna, si discosta e si isola. Un comportamento apparentemente insolito che invece serve proprio per arrivare alla concentrazione ormonale e ottenere l’erezione. Ebbene, questo isolamento nella stagione riproduttiva anomala diventa più lungo: questo perché il maschio fatica di più a produrre e rilasciare nel sangue gli ormoni necessari. Un cambiamento che ci spiega come sono proprio i segnali femminili a influire sul comportamento maschile».

Ok, negli asini funziona, ma come la mettiamo con gli umani?

La prima obiezione è che noi umani del XXI secolo, di norma almeno, per motivi d’igiene tendiamo a lavare e a deodorare i punti nevralgici. La seconda e più importante riguarda l’organo vomero-nasale o di Jacobson, dal nome dell’olandese che l’ha scoperto all’inizio dell’Ottocento. È un sistema olfattivo accessorio, adibito appunto a captare i feromoni. Ecco, se non v’è alcun dubbio che gli animali lo abbiano (avete presente quei due buchetti alla base del setto nasale del vostro gatto?), negli esseri umani adulti non è dimostrato che sia sempre presente (se c’è dovrebbe essere ubicato nella cavità nasale ma fisicamente separato dall’epitelio olfattivo), ma soprattutto non pare avere alcun collegamento con il cervello. Insomma, sembrerebbe solo una traccia legata a un passato evolutivo.

D’altro canto va detto che sono anche stati trovati recettori simili a quelli dell’epitelio olfattivo, che possono essere stimolati da composti ormonali. Una recente ricerca, infatti, ha dimostrato che facendo annusare a delle donne un composto volatile simile a un ormone androgeno si ottiene una risposta nervosa a livello dell’ipotalamo. E che facendo annusare a degli uomini un composto simile a un ormone estrogeno si ottiene una risposta nervosa, sempre a livello dell’ipotalamo, ma in una zona differente. E dunque si aprono nuovi spiragli sull’ipotesi che uomini e donne non annusino solo odori, ma anche feromoni, invisibili al naso normale ma non a quello sessuale.

D’altro canto ancora, alcuni studi hanno trovato che il sudore umano ha un effetto calmante, anziché eccitante, sul sesso opposto. Altri hanno rivelato che l’androstenone in esso contenuto attira alcune persone, su altre non ha alcun effetto o addirittura le respinge. Gli effetti sul ciclo della fertilità femminile sono stati prima affermati e poi confutati.

Insomma, il puzzle è ancora lontano dall’essere risolto. Ma noi che, lo sapete, siamo romantiche per natura, speriamo che non venga risolto mai. Perché non vogliamo che la nostra sessualità assomigli a quella dei moscerini. Certo, sappiamo che i sensi e l’istinto animale contano eccome. Ma preferiamo ancora credere alla poesia che ci inebria come l’odore della pelle del nostro partner durante un abbraccio muto in cui basta un solo respiro per sentire tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Anche se s’è fatto la doccia!

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