La dipendenza dal fumo come malattia. E si può guarire

All’Ospedale San Paolo di Milano si è tenuto un corso universitario a numero chiuso, rivolto soprattutto agli studenti della Facoltà di Medicina e Chirurgia e di Odontoiatria, per la cura di quella che deve essere considerata e curata come una vera patologia: la dipendenza dal fumo. Il direttore di Pneumologia del San Paolo e organizzatore del corso, Stefano Centanni, precisa: «A quanto ci risulta, questo è il primo ciclo di lezioni nel suo genere e, visto il successo, vogliamo renderlo un appuntamento fisso ogni anno. Nel ciclo di studi dei futuri medici e odontoiatri manca un approfondimento sul tabagismo e su come affrontarlo; essi devono avere maggiori informazioni sui danni del fumo, sulle tecniche di disassuefazione, sui profili psicologici dei fumatori, sui costi del tabacco per la società e per il Servizio Sanitario Nazionale. Infine, c’è la questione etica: è corretto che un medico fumi? Quanto può essere credibile quello che dice?».

Il fumo è fattore di rischio per molti tumori, per malattie cardiocircolatorie come infarti e ischemie, e respiratorie come bronco-pneumopatie croniche ostruttive o neurologiche come l’ictus; ogni anno provoca il 15% dei 560mila decessi che si registrano in Italia, l’85-90% dei tumori polmonari e il 75-90% dei tumori del cavo orale, faringe, laringe ed esofago. Sul fronte dei costi, il Ssn ha calcolato che nel 2005 la spesa per l’o spedalizzazione dei pazienti con malattie derivate dal fumo ha superato i quattro miliardi di euro (4.217.000.000), così suddivisi: il 51% per malattie cardiovascolari, soprattutto cardiopatie ischemiche che sono responsabili di circa un terzo dei costi totali, il 30% per neoplasie, soprattutto del polmone, l’11% per bronco-pneumopatie croniche ostruttive.
Il responsabile del Centro Antifumo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, Roberto Boffi, spiega: «La dipendenza da nicotina, al pari delle altre droghe, va considerata come una patologia cronica recidivante di cui soffre in modomoderato o grave circa un fumatore su cinque; è possibile diagnosticare la dipendenza fisica da tabacco tramite appositi test, per aiutare quei fumatori che sono incapaci di smettere, anche quando siano motivati a farlo dalla consapevolezza dei danni provocati dal fumo. Soprattutto, è importante che i fumatori siano aiutati a dire ‘basta’, e consigliati sul mezzo migliore per ciascuno, fra i tanti disponibili: farcela da soli è difficile. Le terapie disponibili, scientificamente approvate, sono molte: ci sono quelle farmacologiche come i sostitutivi e antagonisti della nicotina, e quelle psicologiche, come counselling, terapia comportamentale e auto-aiuto; molti studi dimostrano che buttare il pacchetto è più semplice e duraturo negli anni se lo si fa seguendo questi metodi». Per smettere di fumare, o aiutare una persona a farlo, può bastare che qualcuno, medico o familiare, inviti a considerare i danni provocati dal fumo; Egidio A. Moja, primario di Psicologia Clinica dell’Ospedale San Paolo e professore di Psicologia Generale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, spiega: «Bisognerebbe essere esperti per motivare qualcuno a dire ‘basta’. Bisogna innanzitutto capire in quale fase il fumatore si trova: se neppure valuta l’ipotesi di smettere o se chiede aiuto per farlo perché è motivato e ha capito che corre dei rischi. Nel primo caso, è utile dare delle informazioni e far riflettere la persona sui danni tabacco-correlati; nel secondo, bisogna condividere con lui i mezzi a disposizione per cessare l’abitudine al fumo, chiedendogli di cosa avrebbe bisogno per smettere, cosa si aspetta, capire i suoi dubbi. E se è deciso, indirizzarlo a un centro antifumo». Le statistiche mostrano che molti fumatori cercano di smettere, nella maggior parte dei casi senza aiuto, e solo una parte di loro ci riesce, ma difficilmente al primo tentativo; quasi la metà di loro sa che esistono centri antifumo ma solo meno del 5% vi si è rivolto e meno dell’1% ha usato aiuti farmacologici.

 

Fonte: corriere.it, 12 febbraio 2012

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