Pressione alta: rischi differenti in base ad età e tipo di ipertensione

iStock_000029388602SmallLe conseguenze dell’ipertensione sulla salute cardiovascolare sono differenti in base all’età e al tipo di ipertensione.

È quanto emerge da un recente studio britannico pubblicato su “The Lancet” e presentato al Congresso internazionale dell’European Society of Hypertension lo scorso 16 giugno ad Atene. Lo studio è il primo ad aver esplorato gli effetti di differenti tipi di ipertensione sul rischio di 12 problemi cardiovascolari, in vari gruppi d’età, con un approccio mette in evidenza la complessità e le diverse sfaccettature di questo disturbo.

Per esempio, chi ha una pressione massima più alta ha mostrato un rischio maggiore di emorragia intracerebrale, angina stabile ed emorragia subaracnoidea, mentre la cosiddetta minima più elevata comporta un maggior rischio di aneurisma dell’aorta addominale. La pressione di polso (calcolata come la differenza tra pressione sistolica e pressione diastolica), è risultata, invece, correlata all’arteriopatia periferica.

I risultati – che sono stati raccolti dall’analisi dei dati pressori, estrapolati dalle cartelle elettroniche di un milione e trecentomila pazienti, con un’età di 30 anni e più, senza evidenti malattie cardiovascolari e seguiti in media per 5 anni dal loro medico di famiglia – hanno mostrato che anche se curata e tenuta sotto controllo l’ipertensione rimane comunque una minaccia costante durante l’arco della vita.

Anche l’età in cui la pressione comincia a salire è risultata un fattore determinante. Un trentenne iperteso, ad esempio, corre un rischio cardiovascolare maggiore del 63% rispetto a un normoteso (il cui rischio si attesta attorno al 46%), sviluppando una patologia cardiovascolare 5 anni prima. Nel 43% dei casi, a 30 anni, un’ipertensione non trattata causa angina stabile e instabile, mentre a 80 anni causa scompenso cardiaco nel 19% dei casi.

Curare fin da giovani l’ipertensione, anche lieve, secondo lo studio è di fondamentale importanza: “I nostri dati forniscono informazioni importanti per migliorare il processo decisionale sul trattamento dell’ipertensione, stratificando in base alle fasce di età in cui la pressione comincia a salire e alle malattie dove il rischio è più alto” ha spiegato Eleni Rapsomaniki coautrice dello studio. Il problema principale resta quello dell’ipertensione non trattata o trattata in maniera non adeguata; quando i pazienti non seguono scrupolosamente la prescrizione medica la percentuale di successo a lungo termine si abbassa. Proprio per questo motivo, per cercare di migliorare l’efficacia e l’aderenza alla terapia, si sta tentando un nuovo approccio terapeutico che mira alla semplificazione del trattamento riducendo la somministrazione a un’unica compressa quotidiana.

Fonte La Repubblica 14/06/2014

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