Artrosi: impariamo a (ri)conoscerla per combatterla

Intervista con il  dottor Marco Cazzola, U.O. di Medicina Riabilitativa, Azienda ospedaliera “ Ospedale di Circolo” di Busto Arsizio-Presidio di Saronno.

 

Trattandosi di una malattia cronica, il suo impatto sociale è notevole così come elevati saranno i suoi costi
L’artrosi è tra le patologie articolari infiammatorie più diffuse. In Italia si stima che siano oltre 4 milioni, circa il 12.1% della popolazione, le persone colpite da artrosi, una patologia che si sviluppa in modo lento e graduale.
La prevalenza dell’artrosi aumenta con il progredire dell’età, è più alta nel genere femminile; è maggiore fra i soggetti in sovrappeso o con obesità. L’impatto sociale della malattia è molto alto. Si calcola che almeno il 3% della popolazione abbia limitazione della propria attività lavorativa conseguente all’impegno articolare in corso di artrosi.

I costi della malattia sono molto elevati sia per il Sistema Sanitario Nazionale sia per i pazienti. Non esistono dati precisi ed omogenei relativi ai costi diretti della patologia artrosica . In uno studio italiano del 2004 è stato calcolato che l’artrosi del ginocchio, la sede articolare più frequentemente colpita dalla malattia, comporta un costo totale annuo per persona di 4.340 euro; di questa cifra, 934 euro sarebbero i costi diretti (farmaci, ospedalizzazione esami ecc.), 1.236 euro i costi indiretti (giornate lavorative perse dai pazienti o dai caregivers) e 2.170 euro i costi sociali.

Di che cosa si tratta
Finora abbiamo parlato di “malattia”. Ma l’artrosi è davvero una malattia o una conseguenza del naturale processo di invecchiamento?
Potrei rispondere: dipende. Non tutte le forme di artrosi, infatti, sono assimilabili; in alcuni casi, molto più frequentemente nella donna, l’artrosi compare precocemente, tra i 40 ed i 50 anni, colpendo numerose articolazioni contemporaneamente, in particolare delle mani. In queste forme, in cui gioca un ruolo chiave la predisposizione genetica – visto che quasi sempre anche la madre o le sorelle della paziente ne soffrono – possiamo parlare, a tutti gli effetti, di malattia. Lo stesso discorso può essere fatto a proposito delle alterazioni metaboliche come il diabete, che predispone all’artrosi, probabilmente danneggiando le cellule della cartilagine articolare. Colpisce con più frequenza anche coloro che sono affetti da obesità, iperlipidemia, iperuricemia e varici. I sintomi più comuni dell’artrosi sono il dolore, la rigidità articolare e la limitazione nell’utilizzo dell’articolazione.
Nella maggioranza dei casi, tuttavia, l’età anagrafica è indubbiamente una delle concause principali di questa patologia, che non a caso sta diventando sempre più frequente con il progressivo invecchiamento della popolazione.

 

L’artrosi è un disturbo cronico e degenerativo. Che cosa significa, in cosa consiste e quali danni produce all’organismo?
Indipendentemente dalla causa che ne è all’origine, l’artrosi è prima di tutto un danno alla cartilagine articolare. In condizioni normali, la cartilagine si stratifica sul tessuto osseo con la funzione di facilitare lo scorrimento dei due capi ossei che, giustapposti e tenuti uniti dai legamenti e dalla capsula articolare, costituiscono l’articolazione. Il processo artrosico comporta una sofferenza della cartilagine che si frammenta, si assottiglia, fino a scomparire nelle fasi più avanzate. I due capi ossei che costituiscono l’articolazione, così, vengono a contatto diretto tra loro, lo scorrimento è ostacolato dall’attrito e questo determina dolore e limitazione del movimento fino, nei casi peggiori, al blocco articolare (anchilosi).

 

Che differenza c’è tra la forma primaria (o idiopatica) e quella secondaria?
Quando è possibile risalire chiaramente alla causa della degenerazione artrosica di una determinata articolazione, come una vecchia infezione ossea oppure un trauma importante, si parla di “artrosi secondaria”. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, non si riesce a identificare una causa precisa e la malattia viene definita “artrosi primaria”.

 

Che differenza c’è tra la forma primaria (o idiopatica) e quella secondaria?
Quando è possibile risalire chiaramente alla causa della degenerazione artrosica di una determinata articolazione, come una vecchia infezione ossea oppure un trauma importante, si parla di “ artrosi secondaria”. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, non si riesce a identificare una causa precisa e la malattia viene definita “artrosi primaria”.

 

La visita e gli esami
Come procede il medico in caso di sospetta artrosi?
La visita e una serie di domande sia sulla storia medica sia sulle caratteristiche dei sintomi (anamnesi) consentono una diagnosi certa nella maggior parte dei casi. Gli esami di laboratorio, in genere, non aggiungono nulla più di quanto il medico possa stabilire con il solo esame clinico.

 

Quali sono questi esami di laboratorio?
Le indagini più importanti per confermare la diagnosi e per confermare la diagnosi e per stabilire il grado di evoluzione dell’artrosi sono le cosiddette “metodiche di immagine”. Nella grande maggioranza dei casi, la “semplice” radiografia è sufficiente e la sua esecuzione diventa particolarmente importante prima di un intervento chirurgico, per esempio di sostituzione protesica. Indagini più sofisticate, come la Tomografia Assiale Computerizzata (TAC) e la Risonanza Magnetica Nucleare (RMN), sono spesso richieste dai medici in modo del tutto inappropriato in quanto non forniscono informazioni utili né per la diagnosi né, tantomeno, sul fronte terapeutico. Un discorso a parte, però, va fatto sull’artrosi della colonna dorsale e lombare.

 

L’artrosi a livello della colonna dorsale e l’artrosi lombare meritano analisi più approfondite?
Sì. In questa zona le alterazioni artrosiche spesso vengono riscontrate casualmente nel corso di una radiografia effettuata per altri motivi. Tuttavia, queste manifestazioni artrosiche – anche se estese – non sono necessariamente la causa del dolore. Ciò significa che un dolore persistente, poco influenzato dal movimento, magari presente anche di notte potrebbe essere determinato da una malattia più seria dell’artrosi emersa con la radiografia. È in questi casi che indagini più approfondite, cioè gli esami di laboratorio e le tecniche di immagine più sofisticate (TAC, RMN, scintigrafia e altri), possono essere necessarie per arrivare a una diagnosi corretta. In sintesi, come sempre si dovrebbe fare in medicina, anche nel caso dell’artrosi il tipo e il numero di indagini diagnostiche dovrebbe sempre essere basato su un ragionamento clinico in cui la visita e l’ascolto dei sintomi riferiti dal paziente diventano il momento primario e imprescindibile.

 

Approfondimento del fisioterapista: l’artrosi secondaria

La prevenzione dell’artrosi secondaria
Con la consulenza della dottoressa in fisioterapia Tiziana Nava, Referente Nazionale della riabilitazione reumatologica (Associazione Italiana Fisioterapisti).

Il nostro corpo è costituito da un insieme di componenti – muscoli, articolazioni, ossa – che interagiscono tra loro mantenendo un equilibrio funzionale e fisiologico all’interno delle singole articolazioni. Questo equilibrio, che riguarda non solo l’articolazione, ma il corpo nel suo insieme, può alterarsi a causa di incidenti, traumi, lussazioni, distorsioni, fratture e altre situazioni che creano alterazioni a livello muscolare, dei tendini o dei legamenti (come per esempio molte attività fisiche agonistiche: è noto come i calciatori abbiano tutti gravi problemi alle ginocchia, causati da un iperuso delle articolazioni).

In queste situazioni vengono a mancare all’interno delle articolazioni i requisiti fisici necessari per un corretto movimento dei capi ossei: lo scorrimento risulta ostacolato dall’attrito e ciò danneggia la cartilagine.
Queste condizioni comportano:

  • una modificazione o alterazione (infiammazione) della struttura direttamente interessata (articolazione, muscolo, tendine) che spesso non risponde in modo adeguato alla funzione preposta;
  • una modificazione dell’organizzazione gestuale sia a causa del dolore, sia in funzione delle attività quotidiane.

A causa dell’alterazione del gesto si fissa uno schema corporeo non idoneo e una postura antalgica, che cerca cioè di contrastare il dolore. Questa postura se non corretta entro tempi brevi, diventerà patologica e a sua volta causa di ulteriori problematiche.

 

Facciamo un esempio per chiarire meglio come si possa creare un danno secondario: prendiamo il caso di una persona che subisca un trauma che coinvolge il polso e la mano destra. Come conseguenza immediata del trauma, la persona riduce la gestualità di questi due distretti corporei, per gestire al meglio il dolore e la difficoltà di movimento.
Per compensare questa alterazione, tutto il corpo, in breve tempo, ruoterà verso sinistra allo scopo di “soccorrere” l’impotenza della mano destra e la mano sinistra andrà incontro a un iperutilizzo “sostitutivo” . Nel tempo questa situazione comporterà una sintomatologia dolorosa a carico del tratto cervicale e dorsale della colonna e dell’arto superiore sinistro con comparsa di vertigini, nausea, cefalea, parestesie, formicolii.
Poiché tutte le strutture muscolo-scheletriche sono concatenate, si verifica un coinvolgimento a livello dorsale con un aumento della cifosi fisiologica (=accentuazione della normale curvatura fisiologica del rachide dorsale), comparsa di dolori diffusi al dorso, che spesso si irradiano anteriormente e sono associati alla respirazione, fino a manifestarsi in un blocco respiratorio. L’arto superiore sinistro potrà, invece, andare incontro a processi infiammatori come tendiniti ed entesiti.

 

La riabilitazione può aiutare a prevenire l’artrosi secondaria?
L’approccio terapeutico da parte del fisioterapista non si limita al distretto direttamente interessato dal problema, ma dopo un intervento sul primo danno (frattura, lussazione o distorsione) procede con un lavoro preciso e puntuale finalizzato al ripristino dei compensi messi in atto per poter gestire al meglio il gesto quotidiano a fronte del danno subito. Basti pensare al semplice uso delle stampelle nei traumatismi degli arti inferiori, o l’applicazione dei tutori per gli arti superiori.

Nello specifico, l’intervento deve essere di tipo posturale, con un lavoro sui distretti direttamente interessati dalla risposta antalgica al fine di ristabilire i corretti parametri muscolo-scheletrici. Questo percorso, lento e graduale, consente – grazie al progressivo riequilibrio globale – di fissare una “memoria” corporea e gestuale diversa, grazie ad una nuova presa di coscienza corporea. La persona acquisisce un ruolo attivo e consapevole attraverso un lavoro cosciente, affinché il cambiamento posturale sia vissuto e non subito dal soggetto. Parallelamente al lavoro sul corpo, avviene un intervento di educazione della persona al fine di consentirgli di fissare la postura corretta e di adottare gestualità funzionali ad essa.

 

A cura di: Alma Galeazzi

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