Bruxismo, perché di notte digrigniamo i denti

Bruxismo, perché di notte digrigniamo i dentiIl brusimmo fa parte delle cosiddette attività parafunzionali della bocca. Ossia quelle che non rientrano tra le “funzioni deputate”, come mangiare o parlare, ma vanno catalogate viceversa come abitudini accessorie che scandiscono le nostre giornate. Spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo: ci mordiamo le labbra, rosicchiamo distrattamente un’unghia, o appunto digrigniamo i denti. E il bruxismo (dal verbo greco brùko, che esattamente questo significa) consiste proprio in uno sfregamento degli elementi dentali, dovuto alla contrazione involontaria della muscolatura masticatoria. Si serrano le mandibole, si chiudono le arcate e si strofina il bordo dei denti producendo non di rado uno stridio che accompagna varie fasi del sonno. Perché il fenomeno si verifica principalmente di notte – l’analisi dei tracciati dell’encefalogramma riconduce il digrignamento per lo più alla seconda fase del sonno, ed eccezionalmente a quella REM (Rapid Eye Movements) – tanto che il soggetto spesso non è consapevole di nulla. Per lo meno finché non comincia a dover fare i conti con le conseguenze di questo incontro ravvicinato, e violento, tra la sua arcata superiore e quella inferiore.

 

Il fenomeno bruxismo

Anche se spesso la questione viene accantonata tra i problemi non rilevanti, in Italia secondo le stime ne soffrono dai 15 ai 18 milioni di persone, con effetti tutt’altro che trascurabili che si ripercuotono sull’intero organismo. All’inizio si tratta magari soltanto di un leggero indolenzimento della mandibola al risveglio, poi di un dolore che si estende alla zona cervicale, alle spalle e può sfociare anche nel mal di testa:una sequenza di problemi dovuti alla contrazione prolungata dei muscoli, e allo stato di tensione che accompagna il sonno, influendo inoltre sulla qualità del riposo. Quasi sempre è però il dentista il primo a rendersi davvero conto del problema, rilevando nel cavo orale le conseguenze dello sfregamento reiterato. Perché va detto che la consunzione dello smalto (e dunque l’aumentato rischio di carie) e la limatura della superficie dentale non tarderanno a manifestarsi. L’usura può teoricamente arrivare anche a uno stadio ulteriore, con il danneggiamento dell’osso alveolare e un possibile coinvolgimento delle gengive. Quando l’onda d’urto si ripercuote così a fondo, l’effetto finale è il dondolamento dei denti, ma si tratta per fortuna di situazioni estreme e dovute solitamente a un bruxismo secondario, per lo più all’uso di farmaci o sostanze psicotrope che rendono molto marcato il manifestarsi del problema. La maggior parte delle volte, invece, i soggetti strofinano i denti “spontaneamente”, e per possibili varie cause.

 

Le cause

Quanto all’eziologia del fenomeno, però, ci si muove nell’ambito delle teorie: vengono presi in considerazione diversi fattori e sono state evidenziate delle correlazioni, ma un’origine certa del bruxismo non è stata ancora identificata. Il primo elemento chiamato in causa è quasi sempre lo stress, anche per via di una percezione che spesso gli stessi interessati hanno, tra periodi di affaticamento mentale intenso e comparsa del comportamento. Non è un caso che a incidere concorrano anche il consumo elevato di caffeina o alcoolil fumo e più generalmente uno stile di vita dai ritmi troppo sincopati. In questo tipo di situazione è utile intervenire quindi sulla condizione psicofisica, tentando di scaricare la tensione attraverso lo sport, lo yoga, la meditazione, o dedicandosi nel tempo libero ad attività che rilassano e distraggono.

Vanno poi considerati particolari disturbi a livello neurologico, che determinano la comparsa di movimenti involontari. Così come, soprattutto nei bambini, la presenza di parassitosi intestinali che portano al digrignamento notturno, nel momento in cui gli ospiti indesiderati (per lo più ossiuri) migrano verso l’esterno dell’orifizio anale per deporre le uova.

E ancora, si ritiene che taluni farmaci come antidepressivi e neurolettici possano provocare movimenti dell’apparato muscolare e ripercuotersi sulle mascelle. In aggiunta, i dati evidenziano una familiarità nella predisposizione, il che potrebbe rimandare tanto a una particolare conformazione mandibolare, quanto a situazioni psicofisiche di stress accumulato in un particolare contesto.

 

I trattamenti

Ma se sull’origine del bruxismo non vi sono certezze, e non esiste nemmeno una terapia specifica, vi sono diverse strade da percorrere per arginare gli effetti del digrignamento. Il principale è un dispositivo chiamato bite: ovvero una sorta di mascherina che si inserisce su una delle due arcate (solitamente quella superiore) e da un lato protegge fisicamente la superficie dentale e lo smalto, dall’altro può favorire un aggiustamento dell’occlusione. Il bite può essere preparato su misura, prendendo le impronte delle arcate esattamente come per gli apparecchi ortodontici. Oppure può essere acquistato in farmacia in una forma standard, che si ammorbidisce col calore, si modella sul momento e si indurisce una volta tornato freddo.

In alcune circostanze poi il medico può valutare il ricorso a blandi psicofarmaci per intervenire a livello centrale, ma non è detto che sortiscano l’effetto voluto. Più utile invece – oltre alle tecniche o agli escamotage di rilassamento di cui si è parlato più sopra – abituarsi a mantenere nel corso della giornata una posizione fisiologica della bocca, con la muscolatura rilassata e le arcate a distanza. Questo tipo di approccio comportamentale ha anche il vantaggio di rendere consapevoli del problema, e quindi in grado di provare razionalmente a disinnescarlo.

Perché i denti andrebbero stretti solo nel modo di dire.

 

 

References

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A cura di: Laura Taccani (2016)
Revisione e aggiornamento a cura della Redazione ED – 1 giugno 2019

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