Curarsi con il cibo

Curarsi con il ciboC’era una volta la dieta mediterranea: sana ed equilibrata. Ma oggi obesità e diabete sono in preoccupante aumento. C’era una volta la carne rossa: simbolo di forza e benessere. Ma oggi, dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rischia di essere cancerogena. C’era una volta il sale, l’oro bianco degli antichi, preziosissimo. Ma oggi viene assunto in quantità esagerate e dannose.
La lista dei cibi che possono far male alla linea, ma soprattutto alla salute, potrebbe continuare a lungo. Ogni giorno c’è qualche sorpresa, e un nuovo alimento entra a far parte della lista nera: dalla margarina negli anni Settanta all’olio di palma negli ultimi tempi.
Ma non tutto è perduto. Anzi. Ormai abbiamo capito bene il significato della celebre frase «Siamo quel che mangiamo». La scrisse Ludwig Feuerbach, un filosofo tedesco dell’Ottocento: intendeva dire che ciò che viene introdotto nel nostro organismo influenza anche i processi energetici, psicologici e spirituali. Noi ci accontentiamo di sapere che il cibo si trasforma e diventa parte del nostro sangue, delle nostre cellule, di noi. E che non è più il caso di nutrirsi frettolosamente e inconsapevolmente.
La scienza ha fatto, e continua a fare, passi da gigante. E se da un lato la black list dei cibi “cattivi” si allunga; dall’altro, per fortuna, cresce anche quella degli alimenti non solo “sani” ma che addirittura si rivelano utili nella prevenzione e nel trattamento delle malattie.
Li studia la nutraceutica, disciplina nata alla fine degli anni Ottanta dalla fusione di nutrizione e farmaceutica. Abbiamo chiesto ad Arrigo Cicero, medico chirurgo, specialista in farmacologica clinica, dottore di ricerca in medicina sperimentale, nonché presidente della Società Italiana Nutraceutici (SINut), di fare il punto sugli sviluppi di questa branca della scienza medica e di sgombrare il campo da approssimazioni e falsi miti.
«La nutraceutica», spiega, «si occupa dello studio e dell’utilizzo degli integratori nutrizionali, basati, da un lato, sui classici multivitaminici e multi minerali, e dall’altro, su sostanze di origine vegetale. Un utilizzo, sia chiaro, che non è affatto empirico, ma si fonda su studi scientifici condotti in tutto il mondo, sia su modelli sperimentali sia sull’uomo. Il panorama, almeno in Italia», prosegue Cicero, «vede sempre più prodotti di questo tipo sul mercato. Non tutti sono strutturati con lo stesso rigore metodologico, ma competizione e concorrenza stanno facendo crescere la qualità e ci sono sempre più prodotti che si dimostrano efficaci per la riduzione del colesterolo nel sangue, per migliorare la qualità del sonno, per contrastare i sintomi correlati alla fase perimenopausale, per ridurre i dolori articolari, e così via. Ovviamente non hanno finalità curative, ma servono a migliorare quelle condizioni intermedie tra la normalità e la patologia».
Ma qual è la differenza tra nutraceutico, integratore e functional food? «L’integratore ha lo scopo, come dice il termine, di integrare qualcosa che dovrebbe essere presente nella nostra dieta ma che non riusciamo ad assumere in quantità adeguata. Un esempio tipico è la vitamina D: anche se si consumano molti alimenti con precursori della vitamina D, la quantità che si può trarre è molto limitata e il rischio di carenza alto. Il nutraceutico è un passo avanti, perché prende in considerazione sostanze che non necessariamente fanno parte della nostra alimentazione, come per esempio il riso rosso fermentato che di solito non si mangia perché molto amaro, ma che ha la capacità di migliorare il livello il colesterolo nel sangue. Lo stesso vale, per esempio, per gli estrogeni di origine vegetale che servono a migliorare i sintomi della menopausa. Nessuno mangia il trifoglio rosso, ma assumere in dosi concentrate i fitoestrogeni che contiene può essere una valida alternativa naturale alla terapia ormonale sostitutiva. Il functional food», conclude il presidente di SINut, «è invece un alimento arricchito con il fine di fornire sostanze nutritive o funzionali in più rispetto a quelle che avrebbe naturalmente. Serve in sostanza a evitare di assumere le stesse sostanze attraverso compresse».
Ma come ci si cura con i nutraceutici? «Salvo rare eccezioni», sottolinea Cicero, «il nutraceutico non ha la potenza farmacologica dei medicinali. Ma non ne ha neanche gli effetti collaterali potenziali. Per questo è particolarmente indicato per il supporto e il mantenimento della condizione di salute o per la riduzione dei fattori di rischio prima che si sia determinato un danno patologico reale, come per l’ipercolesterolomia o l’ipertensione, la glicemia elevata che non sia ancora diabete… Li si utilizza per far sì che il paziente non debba affidarsi alla terapia farmacologica o possa ritardarla il più possibile». Un’avvertenza però è d’obbligo: «Per quanto sia un prodotto di origine naturale, ma comunque concentrato di solito in compresse e capsule, il nutraceutico dovrebbe comunque essere utilizzato solo dopo una valutazione da parte almeno del farmacista, meglio del medico. Non perché possa essere potenzialmente pericoloso ma perché alle volte, funziona particolarmente bene e potrebbe mascherare situazioni sottostanti più importanti. Se per esempio», spiega il medico, «assumo un prodotto naturale che mi riduce il colesterolo del 20%, quando un medico vedrà i miei esami del sangue magari mi dirà che è tutto a posto e che non ho bisogno di una terapia farmacologica; in realtà il mio valore spontaneo sarebbe del 20% più elevato e quindi forse potrei meritarmi anche una terapia più importante. Ma c’è anche un altro motivo: sul mercato c’è una grande varietà di prodotti e se alcuni hanno mostrato di avere un’azione più efficace, altri possono fare poco o nulla. Meglio dunque farsi consigliare».
Quali sono allora i campi d’azione più promettenti? E i miti da sfatare? «Per quanto riguarda la gestione dell’ipercolesterolemia e dell’iperglicemia, nell’ambito metabolico, ma anche per il trattamento dei fastidi collegati all’osteoartrosi, alle sindromi menopausali, ai disturbi funzionali dell’intestino (stipsi, coliti) la letteratura è ampia e importante. Come la risposta clinica dei pazienti. Ci sono altri ambiti dove l’efficacia, invece, è molto ridotta: per esempio per quanto riguarda il calo di peso, dove i risultati sono molto inferiori rispetto a quanto magnificato, e nelle terapie anti-aging, un campo di grande interesse scientifico e culturale ma di scarsa risultanza pratica».

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