Dispepsia, impariamo a conoscerla

Dispepsia, impariamo a conoscerlaA meno di non soffrirne, difficile sapere con precisione che cosa s’intende per dispepsia. Lo abbiamo chiesto al dottor Marco Dal Fante, Responsabile del Servizio di Gastroenterologia Ed Endoscopia, Casa di Cura San Pio X di Milano.

Dottor Dal Fante, cominciamo proprio dalla definizione.
Il termine dispepsia è utilizzato di preferenza dai medici per interpretare dei sintomi che originano dal tratto digestivo superiore e che sono localizzati nella parte superiore dell’addome, mentre i pazienti utilizzano raramente il termine dispepsia e, invece, descrivono i loro sintomi addominali sotto forma di disagio, dolore, dolenzia, gonfiore, senso di pienezza, bruciore, rigurgito, nausea, indigestione. Spesso, inoltre, i pazienti riferiscono di più sintomi concomitanti.
La dispepsia quindi non è un sintomo, ma una costellazione di sintomi – differenti in ogni paziente – che derivano da condizioni disparate.

  • In particolare, per “dispepsia non investigata” si intende la comparsa o la recidiva di sintomi dispeptici in persone che non sono state sottoposte ad indagini diagnostiche specifiche e che, pertanto, non hanno ricevuto una diagnosi specifica che spieghi la sintomatologia.
  • La “dispepsia funzionale” rappresenta invece la persistenza o la recidiva di dispepsia in pazienti che si sono sottoposti alle indagini diagnostiche (inclusa l’endoscopia) e nei quali non è stata trovata una causa specifica dei loro sintomi.

Quali sono le cause?
La dispepsia può essere determinata da innumerevoli cause, tra le quali: alimenti, farmaci, malattie sistemiche e malattie del tratto digestivo superiore, ma solo nel 40% dei soggetti che si sottopongono ad indagini diagnostiche viene riscontrata una causa specifica. Nel restante 60% non si trova alcuna alterazione organica, e in questi casi la dispepsia viene definita funzionale o idiopatica.
La dispepsia non ha solo un enorme impatto sulla qualità della vita, ma è anche responsabile di enormi costi sociali- sia diretti (visite mediche, test diagnostici, terapie farmacologiche), sia indiretti (assenza dal lavoro con conseguente diminuita produttività-: per questo è bene non sottovalutarla, ma ai primi sintomi occorre rivolgersi ad uno specialista.

Passiamo all’incidenza.
La dispepsia affligge più di un quarto della popolazione, almeno una volta nella vita, in tutti i Paesi industrializzati.
La prevalenza della dispepsia (intendendo per prevalenza il numero di casi presenti in un dato periodo, di solito pari ad un anno) nella letteratura medica varia a seconda della popolazione studiata, la metodologia di indagine (tramite questionari o interviste), la durata del periodo di osservazione e la quantità del numero di sintomi riscontrati.
Negli studi sulla popolazione generale la prevalenza della dispepsia è di circa il 27% nelle donne adulte e di circa il 24% negli uomini adulti. Gli studi clinici longitudinali hanno dimostrato che la dispepsia si risolve o migliora nel tempo in meno della metà dei casi: la probabilità di miglioramento è minore in persone con una lunga storia clinica, con un più basso livello di istruzione o con elevato stress psicosociale.
Sebbene una porzione elevata della popolazione soffra di dispepsia, meno della metà dei soggetti si rivolge ad un medico. I fattori che determinano la decisione di cercare un consulto medico sono poco chiari, ma sembrano includere la severità e la frequenza dei sintomi, la paura di avere una malattia (specialmente un tumore), la presenza di una grave malattia in un familiare o in un amico/a, l’ansietà e lo stress. Mentre circa un quarto dei soggetti si rivolge a professionisti non specialisti in questo settore, come per esempio nutrizionisti, agopuntori e omeopati.

E le cure?
I medici che vengono interpellati da pazienti con dispepsia non investigata devono decidere tra un ciclo di terapia empirica e l’esecuzione di indagini diagnostiche, quali una gastroscopia o un test non invasivo per la ricerca dell’”Helicobacter pilory”. La strategia da seguire viene scelta dal medico dopo un’accurata anamnesi e una vista con l’esame obiettivo. In soggetti con età inferiore ai 45 anni e assenza di sintomi di allarme verrà usualmente consigliata una strategia non invasiva comprendente una dettagliata descrizione dello stile di vita più idoneo (riduzione di alcol, fumo, caffè, cioccolata, menta; assieme a pasti regolari con equilibrata proporzione di carboidrati-proteine-grassi; corretta masticazione; ecc.) e una terapia farmacologica. Nonostante siano descritti innumerevoli schemi terapeutici per soggetti con dispepsia funzionale, gli unici farmaci che hanno dimostrato un vantaggio misurabile rispetto al placebo sono i cosiddetti farmaci antisecretivi, quali gli inibitori della pompa protonica.
Per quanto riguarda l’Helicobacter pylori, batterio che può provocare l’ulcera gastrica e duodenale e – molto raramente – tumori dello stomaco, la letteratura medica non è concordante. Vi sono infatti alcune modalità di comportamento che possono essere così riassunte:

  • “test and treat”. Consiste nel ricercare la presenza dell’Helicobacter Pylori con test non invasivi (nel sangue, nelle feci e nel respiro) e nel trattare quindi con terapia antibiotica i soggetti positivi; tuttavia, i soggetti Helicobacter Pylori positivi non sanno se nel loro stomaco è presente un’ulcera e questa incertezza può causare ansietà e preoccupazione. Inoltre, solo la metà dei soggetti trattati per questo batterio avrà un miglioramento dei sintomi dispeptici dopo il trattamento di eradicazione;
  • “test and scope”. Si tratta di sottoporre a gastroscopia i soggetti che sono risultati positivi all’Helicobacter Pylori ricercato con test non invasivi.
  • Infine, un’altra strategia diagnostica consiste nel trattare con terapia empirica i soggetti giovani (con età inferiore ai 45 anni) e con dispepsia non complicata, e nel sottoporre invece a gastroscopia i soggetti con più di 45 anni, o con familiarità per tumori dello stomaco.
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