Giornata mondiale dell'ipertensione arteriosa: combattere la pressione alta a tavola

Il 17 maggio si è svolta la settima Giornata mondiale dell’ipertensione arteriosa, ovvero la pressione alta. Pare strano che nel 2011 ci sia ancora bisogno di iniziative che sensibilizzino e informino su una malattia facilmente diagnosticabile (bastano un paio di misurazioni della pressione) e che altrettanto facilmente può essere curata o comunque tenuta sotto controllo, soprattutto se individuata presto.
E invece, sfogliando i risultati di un sondaggio commissionato a Doxa Pharma dalla Società Italiana Ipertensione Arteriosa (www.siia.it), si scopre che un italiano su tre non sa nemmeno che cosa sia, che il 67% non ha mai ricevuto informazioni su questa patologia e che l’82% non ne ha mai richieste. Eppure gli ipertesi in Italia sono almeno 15 milioni, e ogni anno si calcolano circa 240mila morti direttamente legate alla pressione alta, che è anche responsabile nel 47% di casi di tutte le forme di cardiopatia ischemica e nel 54% degli ictus cerebrali, portando a circa 7milioni e mezzo di morti premature.
Insomma, pare proprio che ci sia ancora molto bisogno di informazione e prevenzione. Ecco perché, nel nostro piccolo, abbiamo pensato di cogliere l’occasione della VII Giornata mondiale dell’ipertensione arteriosa per approfondire l’argomento.

E abbiamo interpellato una delle massime autorità nel campo: il professor Bruno Trimarco, ordinario di medicina interna all’Università degli Studi di Napoli Federico II nonché Past President della Società italiana ipertensione arteriosa.

 

Ipertensione arteriosa: cos’è
Per cominciare, va chiarito di cosa si tratti: «L’ipertensione arteriosa», spiega il professore, «è un aumento a carattere stabile della pressione sanguigna sulle pareti delle arterie di grosso calibro con valori oltre la norma. Si distingue tra pressione massima, quando il cuore si contrae per spingere il sangue in circolo  (pressione sistolica), e minima, quando il cuore si rilascia (diastole) per riempirsi di sangue (pressione diastolica). I valori normali sono ritenuti tra 90 di minima e 140 di massima. Si inizia a parlare di forme lievi di ipertensione con pressione diastolica compresa fra 90 e 99 e/o sistolica fra 140 e 159».

Le cause dell’ipertensione

Nella maggior parte dei casi non è facile stabilire le cause dell’ipertensione. Piuttosto ci sono una serie di fattori che, nel loro insieme, ne favoriscono la comparsa. L’ereditarietà, per esempio. «Chi ha familiari ipertesi corre un maggior rischio (ma non la certezza assoluta) di sviluppare la malattia. In questi casi, visto che è difficilmente evitabile», spiega Trimarco, «è molto importante seguire le regole di prevenzione per allontanare il più possibile il momento della comparsa della patologia». Negli ultimi tempi, poi, sono in aumento i casi di ipertensione nei bambini e adolescenti. E non è un caso che tra bambini e adolescenti sia in aumento anche l’obesità. «I bambini in sovrappeso, infatti, hanno un’elevata probabilità di diventare ipertesi in età postadolescenziale. E visto che oggi», nota il Past President della SIIA, «è molto più facile che si segua una dieta da fast food piuttosto che la dieta mediterranea di una volta, è importante che gli adolescenti pratichino un’attività fisica adeguata».
E nemmeno gli anziani sono esentati. Spiega infatti Trimarco che se «un tempo si pensava che l’ipertensione fosse una malattia legata all’invecchiamento – tant’è che la pressione massima ideale veniva calcolata sommando a 100 i propri anni – oggi l’età non giustifica più l’i pertensione». Se un leggero incremento è accettabile, altrettanto non si può dire per valori maggiori. E anche gli over 65 con valori fuori norma, possono e devono seguire un regime alimentare preciso.

La dieta per l’ipertensione
La dieta per l’ipertensione si articola su quattro punti fondamentali: contenere l’apporto di sodio, aumentare quello di potassio, controllare il peso corporeo e limitare il consumo di alcolici. Come? Eliminando o riducendo drasticamente i condimenti (come sale, burro, olio e zucchero), le carni rosse, i formaggi grassi, la cioccolata, gli alcolici e le bevande gasate e zuccherate. Da moderare anche i fritti e gli arrosti, preferendo cotture più leggere come quella ai ferri e al vapore. Via libera, invece, a frutta e verdura, formaggi magri, pesce, pasta, pane integrale e yogurt. L’impresa più ardua, a prima vista, sembra quella di limitare l’aggiunta di sale agli alimenti, In realtà, invece, il palato si può educare: se la riduzione avviene gradualmente, anche il gusto si abituerà, trovando saporite pietanze che prima sembravano insipide. Provare per credere. E comunque il sale può essere sostituito da aromi e spezie varie, come peperoncino, aglio, prezzemolo, rosmarino, salvia e origano…
Quando la dieta non basta, si può optare per gli integratori alimentari. Anche se il professor Trimarco sottolinea che questi hanno comunque un grosso limite: «L’efficacia. Non sempre è evidente. E spesso è impossibile sapere come bilanciare gli effetti favorevoli da eventuali effetti collaterali. La speranza è che presto vengano sottoposti a sperimentazione e siano regolamentati come avviene per i farmaci».
Quello su cui sono d’accordo tutti, invece, è che qualsiasi tipo di dieta, sia terapeutica sia preventiva, va completato con un’adeguata attività fisica aerobica. Tre volte alla settimana, per una quarantina di minuti, a un ritmo non troppo impegnativo, possono bastare.

«Le molecole più interessanti in questo senso sono i fitosteroli, sostanze simili al colesterolo ma di origine vegetale. In natura si trovano negli oli vegetali, nella frutta secca e in alcuni semi e legumi. Come integratori di solito sono inseriti nello yogurt e nel latte e dunque sono facilmente assimilabili.
Diminuiscono l’assorbimento del colesterolo a livello intestinale e possono portare a una sua diminuzione di circa il 10%. Noti sono anche gli effetti del riso rosso fermentato, che contiene una statina naturale. In alcuni soggetti l’integrazione con il riso rosso ha dimostrato di avere un’ottima attività normalizzante sui livelli di colesterolemia totale. Una sostanza che negli ultimi anni ha riscosso molto interesse in ambito scientifico è poi la berberina, un alcaloide vegetale rivelatosi particolarmente efficace nell’aumentare l’attività dei recettori epatici per le ldl». In parole semplici, accresce la capacità del fegato di catturare e metabolizzare il colesterolo in eccesso: i livelli della sua concentrazione ematica possono diminuire del 29%, quelli dei trigliceridi anche del 35%. In commercio esistono dei prodotti in cui la berberina è associata al riso rosso e ai policosanoli, altre sostanze di origine vegetale importanti su questo fronte. Un posto importante è occupato poi dai polifenoli, le molecole antiossidanti
più presenti nel mondo vegetale, utili nel prevenire appunto l’ossidazione delle lipoproteine e quindi nel ridurne l’effetto nocivo. Dei polifenoli fanno parte per esempio il resveratrolo (presente nella buccia dell’uva, nel vino rosso e nelle arachidi, ma commercializzato come integratore), le catechine del tè e la quercitina delle cipolle. Conclude il professor Sirtori: «Infine gli Omega 3, noti anche come Olio di pesce, sono una miscela di grassi insaturi che pur avendo un effetto limitato sul colesterolo (un lieve aumento dell’hdl) abbassano i trigliceridi anche dal 25 al 30%, e perciò possono essere molto utili per ridurre il rischio cardiovascolare».

 

A cura di: Margherita Abbate Daga

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