Incontinenza urinaria: contenere il problema si può

“La perdita involontaria di urina” – così la definisce l’International Continence Society, la più prestigiosa società scientifica che si occupa del problema – provoca un continuo stato di ansia e spinge a isolarsi proprio perché sfugge alla volontà e al controllo. Non solo. Nell’incontinenza urinaria da sforzo, quella più diffusa tra le donne, a provocare imbarazzanti e incontenibili fughe di urina basta un colpo di tosse, un banale starnuto, uno sforzo minimo, persino una risata. Ovvio che la paura di non riuscire a controllare la vescica arrivi, prima o poi, a condizionare ogni aspetto della vita quotidiana e i rapporti personali. Chi ne soffre evita l’intimità sessuale, limita gli spostamenti, non può fare programmi a lunga scadenza, vive in un perenne stato di tensione. E di vergogna: persino parlarne con il medico imbarazza. Eppure, il primo passo per sconfiggere la problematica è… fare un piccolo sforzo e affrontarla insieme a chi può valutare la situazione e indicare la soluzioni migliore. L’urologo, prima di tutto.

Ne parliamo con il professor Vincenzo Mirone, Ordinario di Urologia e Direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia presso l’Università “Federico II” di Napoli, presidente della Società Italiana di Urologia (S.I.U).

 

200 milioni di persone nel mondo soffrono di incontinenza urinaria, almeno 5 milioni solo in Italia. E non è certo un caso se, tra le forme di incontinenza, quella da sforzo è la più diffusa nella popolazione femminile. Con grosse ripercussioni sulla qualità di vita di chi ne soffre, come conferma il professor Vincenzo Mirone.

 

Professore Mirone, quanto incide questo disturbo sulla qualità della vita, sul rapporto di coppia e a livello psicologico?
L’incontinenza urinaria ha un profondo impatto sulla qualità di vita e, in particolare, sul rapporto di coppia e di relazione. Una donna incontinente tende a chiudersi in se stessa, “blindando” il proprio quotidiano in una serie di regole e abitudini, che le consentono di far fronte al problema dell’incontinenza. Per esempio, alcune donne rinunciano a rimanere fuori casa per più di pochi minuti, per timore di perdere le urine in pubblico, o magari a cena, al cinema o a un party. Altre evitano deliberatamente i rapporti sessuali, in quanto la penetrazione può stimolare una perdita di urina, con conseguenze psicologiche devastanti per la coppia.

Di incontinenza urinaria non ce n’è una sola, ma quella da sforzo è la più diffusa tra le donne: in quali fasce di età e in quali percentuali?
L’incontinenza da sforzo è particolarmente frequente in post-menopausa. Pertanto è una forma di incontinenza che colpisce soprattutto le ultracinquantenni. Ciò non vuol dire che sia esclusiva di quest’età. In una donna anche giovane, che ha già avuto più figli, l’incontinenza da sforzo è un disturbo tutt’altro che raro. Tuttavia non bisogna sottovalutare la grande prevalenza di un’altra forma di incontinenza: quella “da urgenza”, che spesso coesiste a quella da sforzo e aggrava il quadro clinico.
 

Perché colpisce di più le donne?
Le donne hanno uno sfintere più debole di quello degli uomini, dunque è più facile che venga messo in crisi da eventi fisiologici, come la menopausa e il parto, o patologici, come un intervento chirurgico a carico dell’apparato genito-urinario. Nell’uomo, invece, l’incontinenza da sforzo si manifesta quasi esclusivamente dopo interventi di chirurgia oncologica pelvica.
 

Quali sono i sintomi generali di questo tipo di incontinenza e, in particolare, quelli che la differenziano dalle altre forme?

In effetti l’incontinenza da sforzo vera e propria, quella che noi medici definiamo “genuina”, non è una patologia della vescica, bensì dell’apparato sfinterico uretrale, che non funziona correttamente. Durante gli incrementi della pressione addominale, conseguenti per esempio a un colpo di tosse o a uno sforzo fisico, la pressione delle urine in vescica sale abbastanza da vincere la resistenza dello sfintere, così si verifica la fuga di urine. Questo succede, talvolta, in associazione a un prolasso dell’uretra, che non consente allo sfintere di funzionare bene. Talvolta, però, il prolasso non c’è: l’uretra è ben salda al suo posto e, nonostante questo, consente la fuoriuscita di urine. Questi ultimi sono i casi più difficili, quelli in cui lo sfintere è “intrinsecamente” malato!


Le perdite di urina sono consistenti?

Il sintomo caratteristico è la perdita di urine durante uno sforzo. Le perdite, quindi, si verificano soprattutto di giorno, in posizione eretta, durante un’attività fisica più o meno impegnativa. Meno frequentemente in posizione seduta e, ancora meno, distesa. Di solito, ogni episodio di incontinenza non è particolarmente abbondante. Nelle forme più lievi si parla di gocce, in quelle più gravi di abbondanti “spruzzi” di urina.
L’altra comune forma di incontinenza, quella da urgenza, può essere presente sia di giorno sia di notte e si verifica spesso in presenza di uno stimolo minzionale improvviso e incoercibile, che la donna non riesce a controllare o a procrastinare. Di solito qui le perdite sono più cospicue: non di rado all’insorgere dello stimolo improvviso, la paziente svuota l’intero contenuto della vescica.
 

Ci sono esami specifici per riconoscere il problema e capire di quale entità sia?

È necessario eseguire una visita urologia specialistica, comprensiva di anamnesi, cioè della storia medica della persona, e di esame obiettivo, che si esegue a vescica piena. Inoltre, prima di scegliere il trattamento ottimale, è saggio eseguire un esame urodinamico, un test strumentale leggermente complicato, ma molto importante per valutare il funzionamento del basso tratto urinario e identificare il tipo di incontinenza.
 

Quali sono le soluzioni oggi maggiormente utilizzate?

L’incontinenza da sforzo può essere risolta definitivamente con un piccolo intervento chirurgico, in cui si applica una benderella di tessuto sintetico al di sotto dell’uretra. In centri specializzati, questo intervento è coronato da ottime percentuali di successo, con rischi davvero minimi.

 
A cura di: Alma Galeazzi

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