Lavoro a turni: quali rischi per la salute?

Lavoro a turni: quali rischi per la salute?Operai, medici, baristi, personale ospedaliero. Ma anche giornalisti, operatori ecologici, panettieri, agenti di pubblica sicurezza, tassisti. Gente della notte, come scandiva un noto cantante pop italiano, che entra in modalità operativa quando gli altri vanno in stand-by. Il risultato è una vita in perenne jet lag, poiché lavorare con turni by night ha un notevole impatto sul ritmo sonno-veglia, e su un’ampia gamma di funzioni biologiche del nostro organismo. Oggi, nel nostro paese, circa un terzo dei lavoratori non segue più il classico turno dalle 9 alle 17. E se si pensa che già nel 2004 Eurispes rilevava che oltre 2 milioni e mezzo di nostri connazionali era impiegato in turni dalle 22 alle 6 (soprattutto nelle regioni del nord) e che questa proporzione è aumentata esponenzialmente nell’epoca della flessibilità a oltranza, si comprende facilmente come questa gente della notte sia una maggioranza che concretamente non è affatto silenziosa: quando cala il buio, per loro inizia la fase più intensa delle 24h. La questione però non ha solo una rilevanza statistica e di “lettura sociale”, ma prima di tutto medica. Nel senso che esiste ormai una corposa letteratura che dimostra gli effetti nocivi di un protratto lavoro notturno sulla salute.
Disturbi cardiocircolatori, aumento del colesterolo, sbalzi di pressione, insonnia. E poi ancora invecchiamento precoce e perfino – con un legame forse meno intuitivo – aumento dei rischi oncologici, soprattutto nelle donne. Gli studi internazionali si susseguono, e vanno tutti nella stessa direzione: invertire i ritmi circadiani (ossia la fluttuazione delle nostre funzionalità psicofisiche nell’arco di un giorno, legata all’alternanza luce/buio) espone l’organismo a uno stress adattativo che ha ragioni strettamente organiche. A cominciare dal fatto che la melatonina, ormone prodotto con la funzione specifica di regolare la nostra capacità di riposo, viene inibita dalla luminosità ambientale e aumenta invece al calare del buio. Ecco perché l’orologio interno di un lavoratore turnista – soprattutto se i turni cambiano a rotazione, ma in ogni caso quando costringono a una veglia prolungata nelle ore notturne – è costretto a rincorrere continuamente delle lancette che non coincidono mai con le sue. L’alterazione dei ritmi, e a volte la loro completa inversione, finisce così molto presto con l’incidere sullo stato generale di salute e sulla risposta immunitaria. Il disturbo più frequente è noto come sindrome da jet-lag, o appunto sindrome del turnista, ed è entrato a far parte della classificazione delle patologie lavorative. Si stima che colpisca tra il 10 e il 15% dei lavoratori a turno e determina un ventaglio di sintomi che vanno dall’irrequietezza agli stati d’ansia, dagli sbalzi d’umore all’insonnia, dai problemi all’apparato digerente fino alle disfunzioni sessuali. Per quanto riguarda in particolare le patologie del sonno – come la difficoltà di raggiungerlo o le parasonnie che poi lo disturbano – risultati inequivocabili arrivano da un’analisi comparata su oltre 18mila turnisti, distribuiti in 11 paesi. Delle suddette patologie soffrirebbe infatti una percentuale tra il 10 e il 30% dei lavoratori giornalieri, tra il 35 e il 55% di chi ha il turno fisso notturno, e addirittura una fetta che può raggiungere il 95% tra chi è esposto a una rotazione che comprende anche le fasce notturne.
Rischio oncologico. Ma gli studi che indagano gli effetti sulla salute toccano davvero sempre più ambiti. Recentemente, per dire, uno studio di ricercatori francesi e del Galles pubblicato sull’Occupational and Environmental Medicine ha rivelato che il cervello di chi lavora a lungo con orari notturni invecchia sensibilmente prima, con effetti sulla memoria e le abilità cognitive che dopo 10 anni rendono le nostre cellule grigie paragonabili a quelle di un individuo più vecchio di oltre un lustro. Conferme che vanno ad aggiungersi a quelle sulla maggior esposizione ai danni cardiovascolari: l’infarto avrebbe un aumento di rischio del 23%, gli eventi coronarici del 24% e l’ictus del 5%.
Negli anni 2000 infine si è aperto un fronte di discussione sulle possibili ripercussioni oncologiche, e nel 2007 l’International Agency for Research on Cancer ha definito ufficialmente il lavoro notturno un possibile agente cancerogeno. In particolare, nelle donne lo sbilanciamento dei ritmi circadiani andrebbe connesso alla produzione anomala di alcuni ormoni. E questa a sua volta con l’insorgenza di alcune tipologie di tumore al seno. Sempre su questi temi, l’anno scorso l’American Journal of Preventive Medicine ha pubblicato i risultati dello studio più ampio mai condotto, sia per soggetti analizzati (75mila infermiere) che per periodo considerato (22 anni). Quel che ne esce suona come un verdetto: un aumento complessivo della mortalità dell’11%, e in particolare un accrescimento del rischio di tumore al polmone e malattie cardiovascolari. Qui si inserisce anche un discorso sulle abitudini assunte da chi svolge i lavori in questione: fumare di più, mangiare facilmente junk food o consumare un numero elevato di caffè.
Contromisure. Per limitare i danni è necessario cercare di mettere in atto delle strategie tampone.
Prima di tutto, quando è possibile, programmare una turnazione secondo la rotazione oraria: passare cioè da un turno del mattino a uno del pomeriggio, e da questo a uno della sera, cercando di evitare il passaggio diretto mattina/notte.
Al termine del turno notturno, cercare di evitare stimoli ambientali che possano sollecitare l’organismo. Per cui è consigliabile indossare gli occhiali da sole durante il ritorno a casa, e fare in modo che durante le ore di riposo la stanza sia oscurata, non eccessivamente riscaldata e schermata da possibili fonti di disturbo.
Mantenere forme di esercizio fisico nei momenti liberi e nel fine settimana, sfruttando tutte le occasioni per camminare, fare le scale, spostarsi in bicicletta e stare all’aria aperta. Mai, invece, fare sport prima di coricarsi perché ritarderebbe l’orario del sonno.
Consumare pasti regolari (leggeri se si ha in programma di dormire) e stare soprattutto alla larga da macchinette distributrici di snack e bevande zuccherate.
Non trascurare i rapporti sociali, facendo quel che si può per avere sempre momenti di scambio e condivisione con la famiglia e gli amici.

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