Quando la pressione vola alto

Ne abbiamo parlato con il professor Bruno Trimarco, Ordinario di Medicina Interna all’Università degli Studi Federico II di Napoli e Vicepresidente della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA).

 

Professor Trimarco, il 17 maggio si è svolta la VI giornata mondiale contro l’ipertensione. Quanto è diffusa attualmente questa malattia?
Storicamente si ritiene che la diffusione dell’ipertensione si aggiri intorno al 20% della popolazione, un dato però in crescita, per esempio nel nostro Paese, dove la sua incidenza aumenta con l’età. Al di sopra dei cinquantacinque anni, infatti, l’ipertensione comincia a crescere vertiginosamente. Si stima che, al di sopra dei settant’anni, il 50% delle persone abbia la pressione alta. Con il progressivo invecchiamento della popolazione, dunque, anche il dato del 20% tende a crescere…

L’ipertensione è stata definita “killer silenzioso”. È davvero così pericolosa e sfuggente?
Basti pensare che l’ipertensione è la principale causa delle malattie cardiovascolari, le quali a loro volta sono la principale causa di morte. Ed è anche sfuggente, perché nella maggior parte dei casi non dà sintomi. Coloro che hanno la possibilità di accorgersene, di solito, sono solo quelli colpiti da bruschi rialzi della pressione, che provocano una serie di sintomi più precisi, mentre se è stabilmente alta passa inosservata.

Molte donne sono convinte che l’ipertensione sia una malattia al maschile, che non le riguarda. È così?
Prima della menopausa, in effetti, colpisce di più gli uomini, ma con la fine dell’età fertile, c’è il pareggio o le donne si portano addirittura in vantaggio, anche perché essendo più longeve vengono maggiormente interessate da quell’aumento dell’ipertensione che è tipico della terza età.

Secondo lei perché la maggior parte dei malati non sa di esserlo?
Sembra che il 30% dei pazienti ipertesi non sia consapevole di esserlo. Infatti, molto spesso anche di fronte a sintomi come la cefalea si pensa prima a fare una risonanza magnetica cerebrale che non a misurare la pressione. Una delle campagne della Società Italiana dell’Ipertensione è introdurre la misurazione della pressione in qualunque atto medico. Una volta c’era la visita militare, adesso non c’è più. Nella visita per la patente auto spesso non viene misurata la pressione… E anche la medicina scolastica ha parecchie lacune.

Perché in quasi il 95% dei casi, la causa è sconosciuta?
Perché l’ipertensione si può definire una “sindrome”, più che una malattia, cioè una condizione patologica multicausale e multifattoriale. Spesso, infatti, l’aumento della pressione è semplicemente il denominatore comune di patologie diverse, caratterizzate da meccanismi diversi. Questo spiega perché i pazienti rispondono a terapie diverse.

Sul fronte della prevenzione si può fare molto. Come è possibile giocare d’anticipo?
Innanzitutto modificando lo stile di vita. In circa il 30% di pazienti, la pressione aumenta perché il loro organismo non è in grado di regolare l’eliminazione del sodio (il sale, n.d.r.), quindi sono quelli che rispondono bene alla dieta iposodica. Ma, indipendentemente dalla predisposizione individuale all’ipertensione, il consumo di elevate quantità di sodio fa aumentare la pressione in tutta la popolazione. Una volta si riteneva che la pressione alta nella popolazione anziana fosse normale: si confondeva la diffusione del fenomeno con la normalità. Poi è stato notato che nelle popolazioni che non usano il sale per conservare o condire gli alimenti non si verifica l’aumento generalizzato della pressione nemmeno tra le persone anziane. A livello di strategia globale di prevenzione, dunque, ridurre le quantità di sale ha una sua importanza. Ecco perché la Società Italiana dell’Ipertensione, insieme al Ministero della Salute e ad altre società scientifiche, ha portato avanti un progetto in virtù del quale i panificatori ridurranno il contenuto di sale del 10%. Ciò, infatti, non modifica le caratteristiche organolettiche del pane, ma contribuisce alla lotta contro l’ipertensione. Certo, però, che questa non sarà la soluzione del problema fino a quando continueremo a conservare gli alimenti con il sale…

Oltre alla riduzione del consumo di sale, quali sono le altre armi di prevenzione?
Il controllo del peso corporeo, visto che il sovrappeso e l’obesità sono due condizioni che contribusicono a fare salire la pressione. Poi ci sono altri elementi che possono essere utili, soprattutto nelle persone predisposte. Per esempio l’attività sportiva. Al contrario di chi pensa che gli ipertesi non possano fare sport, infatti, il movimento può rivelarsi uno strumento di prevenzione, specialmente quando l’aumento della pressione si accompagna a un incremento della frequenza cardiaca, cioè a un cuore che lavora più velocemente e che produce anche nei giovani un aumento della pressione sistolica.

Una corretta misurazione della pressione è fondamentale per la prevenzione: sono affidabili gli strumenti domestici?
Sì, sono affidabili soprattutto quelli che misurano la pressione al gomito, rispetto a quelli che la misurano al polso. E non perché siano meno corretti, ma semplicemente perché diventa più difficile individuare l’arteria radiale rispetto all’arteria omerale. Gli strumenti di misurazione al gomito e certificati dalle società scientifiche sono affidabili e anche consigliabili, visto che l’automisurazione – se non diventa ossessiva – è un meccanismo importante per diffondere la conoscenza dell’ipertensione. Tanto è vero che spesso la prima segnalazione di pressione elevata arriva da misurazioni famigliari organizzate in occasioni di particolari ricorrenze, dove c’è qualcuno che possiede un apparecchio e fa una misurazione collettiva. L’automisurazione, poi, è utile per valutare l’efficacia di una terapia.

Ci sono novità sul fronte farmacologico?
Dal punto vista strettamente farmacologico non ci sono grosse novità. Le ultime classi di farmaci sono quelle che agiscono sul sistema renina-angiotensina. Forse l’elemento più importante, sottolineato in occasione dell’integrazione alle linee guida della Società Europea dell’I pertensione, pubblicate lo scorso novembre, è la necessità di iniziare il trattamento dell’i pertensione più precocemente. Le linee guida precedenti, infatti, suggerivano di non prescrivere le cure senza avere la certezza che l’aumento della pressione fosse stabile e non occasionale. Quindi si aspettavano da tre a sei mesi in soggetti che avevano 170-100 di pressione. Questo perché la somministrazione di farmaci comporta degli effetti collaterali, quindi si voleva raggiungere una diagnosi sicura prima di prescriverli. Tuttavia, dall’osservazione successiva è emerso che con questo tipo di approccio, pur ottenendo un buon controllo della pressione con la terapia, non si riesce a normalizzare la prognosi del paziente iperteso. Questi pazienti, cioè, pur avendo una pressione perfettamente controllata sono vittime di più eventi cardiovascolari di quanti non ne abbiano i normotesi.

Come mai?
L’ipotesi è che questo sia legato al fatto che valori pressori anche nel limite della normalità, ma più alti rispetto a quelli dei normotesi, possano già portare un danno all’organo, che poi non si riesce più a recuperare. Il suggerimento sarebbe quello di iniziare la terapia più precocemente, in modo da evitare che si produca il danno. Questo suggerimento cozza, però, con quello che dicevamo sugli effetti collaterali dei farmaci, che rappresentano la prima di causa di sospensione delle cure. I dati disponibili dicono che, a un anno di distanza, il 50% dei pazienti che ha iniziato una terapia per l’ipertensione la sospende, senza confessarlo al medico, la maggior parte proprio per l’insorgenza di effetti collaterali.

C’è un’alternativa?
La possibile soluzione risiede in alcune sostanze, che si chiamano nutraceutiche, cioè sostanze che sono già presenti in alcuni alimenti, ma in concentrazioni più basse e che vengono formulate sottoforma di preparati farmaceutici – pillole, gocce, compresse – che possono abbassare la pressione senza avere la controindicazione di possibili effetti collaterali e reazioni indesiderate. Il problema è che di questi “farmaci” ce ne sono un’infinità…

Come orientarsi, allora, per scegliere il nutraceutico giusto?
Fino a ora per mettere in commercio questi integratori non c’era la necessità di dimostrarne l’e fficacia. Ma dal gennaio di quest’anno, teoricamente, c’è una legge che impone di documentare l’e fficacia dei nutraceutici. Perché la legge diventi operante, è necessario un regolamento, che però non è stato ancora pubblicato… la legge resta, per il momento, in sospeso. Ma ci sono nutraceutici che riportano già spontaneamente una documentazione scientifica. Sono quelli prodotti da aziende farmaceutiche, cioè che hanno il crisma della qualità, perché si tratta di aziende che producono i nutraceutici con le stesse regole con cui producono i farmaci, ovvero sottoponendoli a sperimentazioni in doppio cieco, dalle quali emerge una capacità di ridurre la pressione almeno quanto i farmaci. Questi prodotti potrebbero essere davvero una soluzione per cominciare prima la terapia contro l’ipertensione, in modo tale da evitare quel danno d’organo che diventa condizionante per la prognosi dei malati.

Cosa contengono e come agiscono i nutraceutici?
Quello per cui è stato fatto uno studio secondo una “good clinical practice”, ovvero una medicina basata sull’evidenza, contiene per esempio riso rosso, berberina, ortosiphon ed enzima Q10, tutte sostanze antiossidanti, che in studi precedenti si sono dimostrate in grado, per esempio, di migliorare l’insulino-resistenza, il metabolismo glucidico, il metabolismo lipidico e ridurre, così, la pressione.

A cura di: Alma Galeazzi

Tags:
eD Promotion: i Prodotti di Mylan Italia S.r.l.

Entra con le tue credenziali

Ha dimenticato i dettagli?