Shock anafilattico, come intervenire

Shock anafilattico, come intervenire - Esseredonna onlineUn viaggio all’estero, magari in un luogo esotico. Una cena fuori casa, magari in un ristorante etnico. Una passeggiata in mezzo alla natura, magari attraverso un campo fiorito. Tutti questi, che per la maggior parte delle persone sono i piccoli, grandi piaceri della vita, per chi è allergico e vive con la spada di Damocle di uno shock anafilattico sulla testa, possono trasformarsi in un vero incubo.
Con il dottor Gianenrico Senna, responsabile dell’unità operativa di allergologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona, abbiamo cercato di capire chi è a rischio e ciò che gli allergici (e non solo) devono assolutamente sapere.
La prima è che «tra le reazioni allergiche, quella più grave è l’anafilassi. A differenza della rinite e dell’orticaria, nelle quali le reazioni allergiche avvengono limitatamente nel naso e nella cute, con impatto negativo sulla qualità di vita ma non potenzialmente pericolose, nell’anafilassi l’allergene raggiunge la circolazione sistemica, per cui tende a interessare più organi, come cute e apparato gastrointestinale, con la comparsa contemporanea di prurito, orticaria e coliche. Lo shock anafilattico si ha quando, in corso di anafilassi, si ha anche un brusco calo della pressione arteriosa che determina un’insufficiente ossigenazione degli organi vitali. Lo shock si manifesta in modo improvviso e rapido. E può essere letale».
Secondo le stime più recenti, ogni anno i casi di anafilassi sono circa 4 o 5 ogni 100mila persone. Cosa che corrisponde a un rischio compreso tra lo 0,5 e il 2% per ogni individuo nel corso della vita. «È più frequente in età giovanile», spiega il dottor Senna, «ma ha conseguenze più gravi quando colpisce le persone anziane, perché non è impossibile, anzi è probabile, che vi sia una patologia preesistente a carico del sistema cardiocircolatorio. E dunque che l’eventuale calo di pressione vada ad aggravare una situazione già precaria di per sé. Per i giovani, invece, lo shock anafilattico diventa mortale soprattutto se si traduce in un edema della glottide e dunque in un alto rischio di soffocamento. Nell’età infantile o comunque da giovani», continua l’allergologo, «è più frequente l’allergia di tipo alimentare; per gli anziani, invece, il rischio maggiore è rappresentato dai farmaci e dalle punture degli imenotteri».
In ogni caso, tutti sono potenzialmente a rischio di shock anafilattico. Possono però esserci dei sintomi premonitori che devono essere valorizzati: «Se dopo essere stati punti da un’ape, una vespa o un calabrone, se in seguito all’assunzione di un farmaco o subito dopo aver consumato un alimento si ha un disturbo insolito che interessa tutto l’organismo, come per esempio un prurito molto intenso, talora con lesioni cutanee pruriginose, peggio se associato a un senso di svenimento, bisogna subito fare accertamenti per capire se il problema può essere attribuibile a una situazione di tipo allergico».
In quel caso, la terapia è una e soltanto una. «Dato che l’anafilassi è causata da un rilascio violento di istamina», spiega Gianenrico Senna, «si potrebbe pensare che un antistaminico sia la soluzione migliore. Non è così: purtroppo, un antistaminico ha bisogno di tempo per agire e in caso di shock anafilattico il tempo non c’è. Nei casi mortali, cioè l’edema alla glottide e il calo di pressione, l’unico salva-vita è l’adrenalina. In caso di attacco, deve essere assunta il più rapidamente possibile. E nel soggetto allergico (di solito già dotato di adrenalina auto iniettabile) anche nel dubbio che possa trattarsi di qualcosa di diverso dallo shock anafilattico, è sempre e comunque meglio iniettarla. Tutti gli studi, infatti, sostengono che l’evenienza fatale dell’anafilassi è tanto più frequente quanto più è ritardato l’utilizzo dell’adrenalina».
Per fortuna ormai sono ampiamente disponibili auto iniettori facili da utilizzare e comodi da portare con sé: chi ha già sperimentato un’anafilassi dovrebbe averne sempre uno con sè per fronteggiare una possibile recidiva. «Anche perché», sottolinea il dottor Senna, «evitare l’allergene pericoloso non è sempre facile. Anche se si pone massima attenzione alle etichette degli alimenti e al ristorante si informa sempre il cameriere dei cibi a cui si è allergici; anche se all’aperto si evita di indossare profumi e vestiti troppo colorati, che attirano gli insetti, e si rinuncia alle bevande zuccherate: per api e affini le lattine aperte sono come il miele; anche se in viaggio si cerca di non assumere farmaci che non si conoscono; il pericolo esiste sempre».
Insomma, portare sempre con sè l’auto iniettore è necessario. Non è però sufficiente. Bisogna anche saperlo utilizzare. «La prescrizione di adrenalina va rinnovata ogni anno», spiega il responsabile dell’unità operativa di allergologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona. «E per esperienza, posso dire che quando i pazienti vengono in ospedale per farlo, e noi chiediamo loro se ricordano come si utilizza l’auto iniettore, ecco: il 90% commette qualche errore».
Serve forse un ripasso: «Dopo aver rimosso il tappo di sicurezza, e ricordando che l’ago esce dal lato opposto (per evitare di iniettarsi l’adrenalina nella mano), si punta l’auto iniettore contro l’esterno coscia e si preme. Dopo avere avvertito un clic (oltre a un pizzico di dolore), bisogna attendere 10 secondi (il tempo necessario a iniettare tutta l’adrenalina) e poi si può massaggiare la parte. Si può fare anche attraverso gli indumenti. È fondamentale nei soggetti che si sentono svenire», sottolinea il dottor Senna, «effettuare l’iniezione da sdraiati, perché se lo si facesse in piedi, in caso di calo della pressione, l’adrenalina resterebbe negli arti inferiori senza arrivare al cuore dove serve. E se è scaduta, perché ci si è dimenticati di rinnovare la prescrizione, è comunque meglio assumerla: è vero che l’efficacia si riduce nel tempo ma, come si dice, meglio poco che niente».
Non solo: le più recenti linee guida sull’allergia stilate dell’EAACI (European Academy of Allergy and Clinical Immunology) consigliano a chi è a rischio di portare sempre con sé non uno ma due iniettori, perché spesso una dose non è sufficiente e se non c’è un miglioramento della sintomatologia dopo 5, 15 minuti al massimo, diventa necessaria una seconda iniezione.
Se, invece, si dovesse assistere qualcuno in preda a shock anafilattico, magari un bambino che si sa essere a rischio, non bisogna esitare a iniettare l’adrenalina ai primi sintomi si anafilassi. Più difficile se chi sta male non è un allergico noto. «Anche per un medico», dice il dottor Senna, «non è facile riconoscere subito uno shock anafilattico. Sui libri è molto ben descritto, ma nella pratica il quadro non sempre è chiarissimo. Ecco perché con la Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (di cui Senna è vicepresidente, ndr) abbiamo lanciato una campagna d’informazione e stiamo dotando i pazienti a rischio di potenziale anafilassi di braccialetti identificativi con colori diversi a seconda dell’allergene cui sono sensibilizzati: giallo per gli allergici agli imenotteri, arancione per chi ha allergie alimentari e rosso per chi è allergico a farmaci».

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