Si fa presto a dire anemia

Si fa presto a dire anemiaSi fa presto a dire anemia. Sì, perché l’anemia non è una sola, sono tante.
In linea generale, la si può definire come una riduzione patologica dell’emoglobina al di sotto dei limiti inferiori di normalità (13 g/dl nell’uomo e 12 nella donna) o del numero dei globuli rossi. Ma a determinare questa situazione possono essere tante cause diverse. Si contano, infatti, almeno 20 condizioni che possono provocarla: malattie genetiche, tumori, alcune malattie croniche, infezioni, utilizzo di alcuni farmaci ecc. Si va da forme, come l’anemia aplastica, legata a una capacità ridotta del midollo osseo di produrre tutte i tipi di cellule del sangue, e quindi anche i globuli rossi, all’anemia emolitica, in cui i globuli rossi vengono distrutti troppo velocemente perché il corpo riesca a rimpiazzarli, all’anemia mediterranea, una grave malattia genetica caratterizzata da un difetto della sintesi dell’emoglobina. La forma più comune in tutto il mondo, tuttavia è l’anemia da carenza di ferro (o anemia sideropenica), che, guarda caso, predilige il gentil sesso. Nei Paesi industrializzati, l’incidenza di quest’anemia è pari al 3% tra gli uomini contro un 20% nelle donne, cifra che sale al 50% tra le gestanti. Il quadro, tuttavia, è ben peggiore nei Paesi poveri, dove, a causa della malnutrizione diffusa e della presenza frequente di parassiti intestinali, ne soffre oltre metà della popolazione.
Apporto di ferro inadeguato
Il ferro è un micronutriente indispensabile per la sintesi dell’emoglobina, la proteina dei globuli rossi che trasporta l’ossigeno attraverso la circolazione sanguigna e lo distribuisce ai tessuti. La carenza di ferro può dipendere da varie cause: un apporto inadeguato con la dieta, a volte legato a un aumento del fabbisogno, un malassorbimento a livello intestinale, oppure un’emorragia acuta o cronica, di maggiore o minore entità. Di norma, un organismo sano contiene 3-4 grammi di ferro, di cui il 75% circa legato all’emoglobina e il resto depositato per lo più nel fegato come scorta. Quando i globuli rossi muoiono, il ferro che contenevano viene in gran parte riutilizzato per produrre nuova emoglobina; una certa quota, però, va perduta e deve essere quindi rimpiazzata con la dieta. Se l’introito alimentare è insufficiente, può crearsi una carenza. È una situazione frequente nei Paesi in via di sviluppo, dove la popolazione è spesso denutrita; molto più rara, invece, in quelli occidentali, dove, tuttavia, ci sono particolari categorie a rischio: i vegetariani stretti o vegani, ad esempio, poiché il ferro contenuto nei vegetali è molto meno assimilabile di quello presente nella carne; i lattanti, perché il latte ne contiene molto poco; le donne incinte, sia per l’aumento del volume del sangue durante la gravidanza, sia per lo sviluppo del feto, che, crescendo, ‘sottrae’ ferro alla madre, e, infine, gli anziani e le persone meno abbienti, che tendono a mangiare poca carne.
Cause diverse
La carenza di ferro, tuttavia può dipendere anche da un assorbimento ridotto dagli alimenti, soprattutto a livello del duodeno. Può verificarsi, per esempio, in chi soffre di gastrite o di diarrea cronica, oppure in caso di steatorrea (presenza nelle feci di grassi non assorbiti). Di recente, la ricerca ha identificato anche alcuni difetti genetici ereditari di varie proteine implicate nell’assorbimento del micronutriente e ha scoperto un nuovo possibile colpevole del malassorbimento: l’Helicobacter pylori, noto ai più come causa di molte ulcere gastriche e duodenali. Pare, infatti, che il batterio sia capace di interferire con la captazione del ferro. Infine, una causa ulteriore di anemia sideropenica è rappresentata dalle perdite di sangue dall’apparato gastrointestinale, ma non solo. Può trattarsi di perdite occulte: sanguinamenti lievi, ma protratti di cui è difficile accorgersi, se non con esami specifici, e dovuti alla presenza di polipi intestinali, celiachia, tumori, gastriti, ulcere, emorroidi, malattie infiammatorie croniche intestinali come il morbo di Crohn, ma anche infiammazioni renali croniche e tumori delle vie urinarie, che comportano una perdita di sangue nelle urine. Oppure possono essere perdite consistenti, come quelle che si verificano in caso di mestruazioni molto abbondanti o troppo frequenti. Non a caso, sono le donne ad essere molto più soggette all’anemia sideropenica rispetto agli uomini.
Come capire se si è anemici?
Va detto, innanzitutto, che l’anemia non compare dall’oggi al domani. In genere si instaura gradualmente e può essere preceduta da una fase (iposideremia) in cui i livelli di ferro sono bassi, ma quelli di emoglobina ancora nella norma, perché il corpo sta attingendo alle sue riserve per produrre la preziosa proteina. Col tempo, tuttavia, iniziano a comparire segnali di allarme, via via più intensi. Il segno più evidente è un colorito pallido della pelle e delle mucose, legato all’ossigenazione insufficiente dei tessuti. Altro sintomo tipico è la sensazione di stanchezza e affaticamento, a cui possono aggiungersi tachicardia, vertigini, mal di testa, respiro corto sotto sforzo, anche se leggero, mani e piedi freddi. Ulteriore indizio è la fragilità di unghie e capelli, che tendono a spezzarsi e a sfogliarsi. In alcuni casi, poi, può comparire anche un ingrossamento della milza. Di fronte a un quadro del genere, il medico dovrebbe insospettirsi e prescrivere una serie di test, innanzitutto un’analisi del sangue in cui si valutino i livelli di emoglobina, il numero dei globuli rossi e la quantità di ferro legato non all’emoglobina, ma alla transferrina (sideremia). Utili anche il dosaggio della ferritina (una proteina implicata nell’immagazzinamento del ferro, di norma intorno ai 30-40 ng/ml) e la percentuale di saturazione della transferrina (minimo 30%). Molto importanti, poi, gli esami per accertare l’eventuale perdita di sangue dall’apparato gastrointestinale: in primis la ricerca del sangue occulto nelle feci ed eventualmente anche una gastroscopia o una colonscopia. In base all’esito di questi test, il medico dovrebbe capire se c’è anemia, di che tipo è e impostare una terapia ad hoc.
Come curare l’anemia?
Il trattamento dipende, appunto, dal tipo di anemia. Nel caso delle anemie aplastiche, per esempio, può essere necessario il trapianto di midollo. L’anemia perniciosa, legata a un deficit di vitamina B12, richiede la somministrazione della vitamina per tutta la vita mediante iniezioni. Nelle anemie emolitiche causate da una malattia autoimmune servono farmaci immunosoppressori, che tengono a bada il sistema immunitario. Nel caso della forma più comune – l’anemia sideropenica – se la carenza di ferro dipende da un apporto inadeguato con la dieta, è essenziale innanzitutto correggere le abitudini alimentari in modo da garantire all’organismo il giusto introito del minerale. Tassativo, quindi, aumentare il consumo di carne, nonché di cibi ricchi di vitamina C (frutta e verdura), che facilitano l’assorbimento del ferro. Questa forma di anemia si cura, inoltre, con la somministrazione di integratori di ferro (la cosiddetta ‘terapia marziale’), in genere per bocca. Ne esistono diversi tipi in commercio, ma è tassativamente vietato il fai da te: se assunto in quantità eccessive, infatti, questo micronutriente può anche rivelarsi dannoso. In caso il problema dipenda da un malassorbimento, poi, per aggirare l’ostacolo è preferibile la somministrazione per via intramuscolare o endovenosa. Nelle donne anemiche a causa di mestruazioni troppo abbondanti, invece, può essere indicata per ridurre il flusso la pillola anticoncezionale, mentre nelle forme più gravi può essere necessario ricorrere a trasfusioni di sangue, ma si tratta, per fortuna, di casi rari.

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